
di Paolo Fabris
Oggi il sindaco di Milano, Letizia Moratti, ha lanciato l’idea di intitolare una via o un parco pubblico per il decennale della morte in latitanza a Bettino Craxi.
A Bettino Craxi.
Io ho un suggerimento: perché non intitolare la stessa via o parco per il quarantennale della morte a Pino Pinelli, un sicuro innocente? Così, per risarcimento…



































riporto un post di Massimo Donadi che appare sul suo blog, su Craxi:
BETTINO CRAXI ERA UN POLITICO, UN CONDANNATO E UN LATITANTE
E così la politica, quella con il vizietto di autoassolversi e dalla memoria corta, ci riprova. Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, in occasione del decennale della scomparsa di Craxi che ricorrerà il prossimo 19 gennaio, propone di intitolare a Bettino qualcosa: una strada, una piazza o un parco, quello che sia, l’importante è riabilitare ed uscire da anni che definire “squallidi”, secondo il Paolo Pillitteri, sindaco di Milano alla vigilia dello scoppio di Tangentopoli e cognato del leader socialista, inquisito anche lui, è dir poco.Punti di vista. Ovviamente, per noi lo squallore è una politica che, per anni, ha rubato e truffato i cittadini. Per questo, l’idea di intitolare a Bettino Craxi una strada, una piazza o un parco è fuori dalla nostra concezione etica della politica e delle vita sociale e civile. Perché per noi, per Italia dei Valori, c’è un limite invalicabile tra onestà e criminalità e quando un politico commette crimini la sua immagine si infanga per sempre. Non c’è una via di mezzo e la politica dovrebbe rendersene conto una volta per tutte. Un politico corrotto è solo un corrotto, non può essere scisso in due, per dimostrare che è stato anche uno statista. Un chirurgo, per quanto bravo, se fa esperimenti su cavie umane, non è un bravo chirurgo è un assassino e basta. Anzi, forse è il peggiore dei chirurghi.E’ questo che alla politica proprio non va giù. Ed è per questo che a Di Pietro e a Italia dei Valori certa politica non perdona il fatto che ama ricordare ad essa quanto sia sporca. Bettino Craxi non merita l’intestazione di nulla perché non era un esiliato ma un latitante, una persona condannata per corruzione e illecito finanziamento ai partiti, responsabile di tanti debiti nelle casse dello Stato nella prima Repubblica. Ha ragione Antonio Di Pietro quando dice che c’è una distorsione della realtà e che se targa ha da essere allora ci si scriva sopra “Bettino Craxi, politico, condannato, latitante”, perché questa è la verità che una stagione, quella di Tangentopoli, ha consegnato alla storia.Italia dei Valori ritiene offensivo, indecoroso intitolare una via, una piazza o un parco o qualunque altra cosa ad un latitante. Nulla contro l’uomo. E’ rivoltante la strumentalizzazione che molti nella maggioranza stanno mettendo in atto in queste ultime ore. Ma nessuno sconto quando c’è il gioco la verità.
purtroppo l’arroganza di chi sta al potere va al di là della dignità morale e umana. poi ci lamentiamo delle statuette!!!!
beh..ma allora,credo che nessuna via dovrebbe venire intitolata a qualcuno…ma chi è senza peccato(peraltro non piccolo)?ad esempio ci sono vie intitolate ai “martiri PER la resistenza”ma non mi risult,che ci siano vie intitolate ai”martiri DELLA resistenza”eppure ce ne sono stati molti.io non dico che debba esserci una via dedicata a Craxi ma perlomeno da pare di chi si esprime che ci sia un minimo di coerenza e non sono certo quelli dell’IDV che ne hanno……a partire dal suo leader.
Brava Letizia!
Ritengo che una riflessione complessiva sulla recente storia d’Italia vada fatta.
La Figura di Craxi è sicuramente quella di uno statista di spessore, ricordiamoci
l’Italia che ha preso in mano Craxi fine anni ‘70 anni ‘80, era una Italia non molto lontana dalla guerra civile, una Italia con una crisi economica e tassi di dispoccupazione elevatissimi, una Italia con tasso d’inflazione a due cifre, una Italia che aveva difficoltà internazionali, una Italia la cui durata dei governi difficilmente superava i sei mesi.
Craxi è riuscito nell’operazione di riportare la stabilità politica, ha riportato stabilità economica, ha ripreso in mano la barra del comando del paese e lo ha riportato verso la normalità. Politicamente ha stoppato l’avanzata del PCI garantendo la stabilità politica con alleanze di centro sinistra moderate e laiche.
Per quanto riguarda tangentopoli e il sistema dei processi di quegl’anni, li ritengo una delle cose peggiori della repubblica, molte confessioni furono estorte con carcerazione preventiva, ai limiti e forse oltre la legalità, isolamenti, pressioni psicologiche et. Se ricordiamo Pinelli, ricordiamo anche i molti suicidi che vi furono in quegl’anni in cui la magistratura inizio ad usare lo strumento mediatico come gogna pubblica e come strumento di pressione psicologica … risultato la corruzione nel paese non è diminuita però tutti i magistrati di tangentopoli cono finiti in politica … Boh! Questa è l’Italia ..
Sull’opportunità di dedicare una via a Craxi si può discutere.
Se vogliamo però ricostruire il quadro storico relativo alle entrate e alle uscite finanziare dei partiti non dobbiamo dimenticare cose come:
1.Il sistema delle tangenti non fu inventato da Craxi e non coinvolgeva solo i socialisti.
2.DC, PRI, PSDI ricevevano finanziamenti dagli USA, il PCI dall’URSS, il PSI non aveva finanziamento dall’estero. Questo garantì autonomia da entrambe le superpotenze (v. Sigonella).
3.Il PSI finanziava i partiti vittime di regimi dittatoriali, sia di destra che di sinistra (Cile, Argentina, Spagna, Polonia…), e la Resistenza palestinese.
finalmente!!!!! un pò di obbiettività su questo blog
L’obiettività nasce dai fatti.
Lo spessore di uno statista lo si misura sulle scelte politiche, economiche e internazionali che hanno contraddistinto la sua azione di governo; lo si valuta sull’idea, la visione perseguita durante il suo mandato, ma alla base, ciò che si dà per scontanto, c’è il rispetto per le Istituzioni, per lo Stato, e la sua onestà. Quest’ultima è imprescindibile. È prevista la possibilità per uno statista di commettere un reato, ma solo in vista dell’interesse collettivo e in questo caso si invoca la ragione di Stato.
Bettino craxi in soli quattro anni di governo portò il debito pubblico dal 70% al 92% del PIL (Tremonti sta cercando di battere questo record, visto che quest’anno è riuscito a farlo aumentare dell’8%), portando il Paese verso il default. Solo svendendo le partecipazioni statali lo Stato riuscì ad evitare il fallimento.
Bettino Craxi si autoaccusò in parlamento di essere corresponsabile del sistema di corrutela vigente in Italia.
Bettino Craxi, al momento della morte, era stato condannato in via definitiva a complessivi 10 anni per corruzione e finanziamento illecito (Eni-Sai, Metropolitana milanese). Altri processi sono stati estinti per la sua morte, processi per cui era stato condannato tre volte in appello per tangente Enimont, tangente Enel e Banco Ambrosiano. Condanna in primo grado prescritta in appello per All Iberian. Tre rinvii a giudizio per evasione fiscale su tangenti, mazzette e (sic) cooperazione terzo mondo.
Bettino Craxi ha rubato per il partito? No, i conti erano personali, intestati a prestanome, ma erano gestiti direttamente da lui; al momento delle dimissioni non li girò mai al PSI. Si tratta di 150 miliardi di lire che investì in beni immobili a New York, Roma, Madonna di Campiglio.
Bettino Craxi scappò dall’Italia, per non finire in prigione; non si assunse le sue responsabilità di fronte al Popolo e allo Stato, non rispettò le leggi che anche lui aveva fatto. Avrebbe potuto rimanere, affrontare i processi (come ha fatto il suo alter ego Andreotti), difendersi, spiegare, pentirsi e parlare, avrebbe potuto riscattare la sua figura e la futura memoria. Scelse invece di ritenersi al di sopra della Legge, o al di fuori.
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha sentenziato che non ci fu persecuzione nei confronti di Bettino Craxi in quanto “i rappresentanti della Procura non abusarono dei loro poteri”, l’iter “seguì i canoni del giusto processo” e la supposta parzialità dei giudici “non si fonda su nessun elemento concreto… Va ricordato che il ricorrente è stato condannato per corruzione e non per le sue idee politiche”.
Lo spessore si è assotigliato.
Accostare Giuseppe Pinelli a coloro che non sopportarono le conseguenze delle loro azioni mi sembra per lo meno spericolato.
I magistrati del pool “mani pulite” finiti in politica sono Di Pietro (IdV), D’Ambrosio (PD) e Parenti (Forza Italia), insomma ben distribuiti.
Tutti corresponsabili, nessun responsabile? No, tutti ladri. Nessuno ha costretto chicchessia a candidarsi farsi eleggere e farsi corrompere “perché funzionava così”. Se non va bene Pinelli, intitoliamo la via ad Ambrosoli, uno che nonostante funzionasse così non si tirò indietro di fronte alle sue responsabilità.
Sig. Benoni, le idee politiche possono essere oggetto di discussione, le sentenze della magistratura no, perché si basano sulla Legge. Ce lo ha insegnato Socrate.
leggendo il tuo post caro Paolo rimango sempre più della mia idea nessuna via per nessun uomo tanto più se politico,Ambrosoli,come Craxi hanno solo avuto sfiga,il primo di essersi trovato coinvolto-possiamo dire casualmente-in un caso di intrallzzi fra stato,vaticano,logge massoniche e chi più ne ha più ne metta,quindi vorrei capire dove stà il merito.Il secondo invece ha pagato lo scotto di essersi messo contro,in un primo tempo all’unione sovietica sbattendo la porta in faccia al PCI ed in un secondo tempo,con i rapporti siriani e sigonella agli USA mettendo in difficoltà la DC e quindi attirandosi le ire di tutti quei politici, che a tuo giudizio visto che non sono indagati o sono usciti puliti dai vari processi,onesti, quegli onesti e chissà perche nessuno ne parla mai hanno fatto un buco che ha portato il debito pubblico ad essere il 70% del pil quando le cose andavano bene e le casse erano piene,-e sì,quando le casse erano piene perchè tieni presente che craxi si è trovato ad affrontare la crisi degli anni ottanta che ha portato governo e sindacati in seguito,a tagliare la scala mobile(per altro se non ricordo male si fece un referendum) e all’accordo sul costo del lavoro del 93 che ci ha portato oggi ad avere dei salari(per noi poveri operai)che rendono il 30% in meno rispetto il costo della vita-.e allora permettimi,onestà per onestà se l’incremento del 20%in più di debito pubblico creato da Craxi è servito a tenere fuori dai piedi i sovietici e a farci vivere in uno stato democratico,sia benvenuto…….
tornando al dare il nome alle vie,credo davvero che gli ultimi ai quali esse debbano essere intitolate sono i politici e le loro flange,piuttosto le si intitolino aqualche alpinista o atleta..a già ma anche li c’è il doping e allora….
La legge è fatta dagli uomini, ma è gestita da P.M. e giudici che sono uomini, quante sentenze abbiamo visto essere sbagliate, quanti processi abbiamo visto durare anni per portare sentenze di primo grado sconfessate in
secondo grado et. quanti innocenti sono finiti nelle patrie galere … per poi essere riabilitati … che la giustizia sia sempre giusta, che la bilancia sia sempre in equilibrio ho grandi dubbi, i dubbi di una presunta giustizia di tangentopoli che non ha cambiato l’Italia, ma ha tentato di spostarla politicamente, perfortuna non riuscendoci.
Sig. Paolo F. sono i magistrati i primi che commentano le sentenze e cercano di influenzare la vita politica. Me lo ha insegnato la storia recente dell’Italia.
Intende per caso Previti, condannato in via definitiva per corruzione di giudici e Mr. Mills, reo confesso presso il suo commercialista di reticenze nella testimonianza in un processo, tutti e due al servizio del propietario di Mediaset nonche’ Primo Ministro italiano, il quale ha ottenuto la Mondadori nel primo caso, e evitato l’incriminazione per frode fiscale nel secondo (e, aggiungo, sostenitore della prima ora del pool milanese)?
Come lei ha scritto molte persone nel secondo grado di giudizio hanno visto riconosciuta la loro innocenza, motivo in piu’ perche’ Craxi non scappasse in Tunisia, ma affrontasse le sue responsabilita’.
Ambrosoli avrebbe potuto evitare l’incarico, gia’ altre persone l’avevano fatto, anche dopo le minacce ricevute, e’ molto toccante, in proposito, la lettera testamento scritta alla moglie, ed invece come uomo al servizio dello Stato porto’ a termine il suo compito, sapendo benissimo che gli sarebbe costato la vita.
L’unica vostra preoccupazione è arrivare a parlare di Silvio ed i suoi amici. Le riflessioni che io faccio cercano di porre delle riflessioni diverse. Mi stupisce ad esempio che chi come voi crede nella democrazia diretta e partecipata, veda poi la magistratura come loro punto di riferimento, magistrati intoccabili e le cui azioni sono indiscutibili. Quando una delle maggiori caste in Italia è la magistratura che non è sottoposta al giudizio popolare, in cui l’avanzamento di carriera è solo per anzianità e non per merito, che si giudica da sola in un sistema autoreferenziale. E che ha disatteso anche un referendum, quello sulla responsabilità dei giudici: non esiste un giudice che ha pagato di tasca propria per errori commessi. Magistratura che è esempio di incapacità organizzativa, processi che durano decenni, tribunali dove la violazione della pricacy ( reato per altri ) è strumento di indagine, sistema giudiziario italiano più volte richiamato anche dal tribunale dei diritti umani … mi sembra che ci sia poco da difendere e molto da riformare.
Mi sembra ci sia una totale assenza di cultura giuridica. Se le sentenze della Magistratura essendo basate sulla legge non fossero discutibili non avrebbe nemmeno senso il ruolo dell’avvocato. Il linguaggio umano e quindi quello giuridico non sono linguaggi imperativi (vero o falso), ma sono ambigui ed interpretabili. Un processo ed una sentenza non sono la verità (che non può essere definita univocamente), ma una rappresentazione della stessa. Ce lo ha insegnato Aristotele.
Siccome ritenete le sentenze come fonte di verità e giudicate le persone sulla base della fedina penale in perfetto stile giustizialista vi riporto quelle della Corte europea. Forse Travaglio nell’intervento riportato anche su questo post si è dimenticato? Lui che riporta sempre i fatti ed ha la presunzione di scrivere la verità.
Il 5 dicembre 2002 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha emesso una sentenza che condanna la giustizia italiana per la violazione dell’articolo 6 paragrafo 1 e paragrafo 3 lettera d (diritto di interrogare o fare interrogare i testimoni) della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo in ragione dell’impossibilità di «contestare le dichiarazioni che hanno costituito la base legale della condanna», condanna formulata «esclusivamente sulla base delle dichiarazioni pronunciate prima del processo da coimputati (Cusani, Molino e Ligresti) che si sono astenuti dal testimoniare e di una persona poi morta (Cagliari)». Tuttavia, la Corte ha rilevato anche che i giudici, obbligati ad acquisire le dichiarazioni di questi testimoni dal codice di procedura penale, si sono comportati in conformità al diritto italiano. Per quanto riguarda gli altri ricorsi valutati (diritto ad un equo processo, diritto di disporre del tempo e delle facilitazioni necessarie alla difesa) la corte non ha rilevato violazioni. Per la violazione riscontrata la corte non ha comminato nessuna pena, in quanto ha stabilito che «la sola constatazione della violazione comporta di per sé un’equa soddisfazione sufficiente, sia per il danno morale che materiale».
La Corte ha emesso una seconda sentenza il 17 luglio 2003, questa volta riguardante la violazione dell’articolo 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata). La Corte ha rilevato infatti che «lo Stato italiano non ha assicurato la custodia dei verbali delle conversazioni telefoniche né condotto in seguito una indagine effettiva sulla maniera in cui queste comunicazioni private sono state rese pubbliche sulla stampa» e che «le autorità italiane non hanno rispettato le procedure legali prima della lettura dei verbali delle conversazioni telefoniche intercettate». Come equa soddisfazione per il danno morale, la Corte ha elargito un risarcimento di 2000 € per ogni erede di Bettino Craxi.
Nella prima sentenza la Corte ha rilevato che i giudici si sono comportati in conformità al diritto italiano in quanto fino all’anno 1999 in Italia non erano introdotti i principi del giusto processo. I diritti che caratterizzano la nozione di giusto processo accusatorio, quale è recepita dal nostro codice, sono almeno i seguenti quattro: la indipendenza e imparzialità del giudice, la parità delle parti innanzi al giudice, la formazione della prova mediante il contraddittorio fra le parti, la ragionevole durata del procedimento a carico dell’indagato e dell’imputato. Negli anni 92-94 quindi non era necessario che le prove si formassero durante il processo ma potevano anche prima. Ad esempio la prassi era quella di abusare della carcerazione preventiva fino a che il detenuto non testimoniasse quello che gli inquirenti volevano farsi sentire, poi non era più necessario che il testimone confermasse le sue dichiarazioni nel dibattimento.
Le cose sono quindi complesse, evitiamo le semplificazioni e di dare giudizi con l’accetta senza avere cognizione di causa.
La nostra costituzione è un capolavoro di architettura giuridica che il mondo ci invidia. Ad esempio, l’articolo 3 della costituzione, comma 1, è estremamente chiaro: tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni sociali e personali, sono uguali davanti alla legge. E come si traduce questo principio universale nella pratica? Si costituisce la magistratura come ordinamento a sé, per garantirne la massima indipendenza dal potere legislativo e da quello esecutivo, i giudici rispondono al CSM. Qui si può riformare, visto che ogni volta che qualche magistrato osa toccare i poteri forti gli viene tolta l’inchiesta (vedi Forleo o de Magistris). Si istituisce l’obbligatorietà dell’azione penale, così il giudice, avuta notizia di reato, è obbligato a procedere, ricco o povero che sia l’inquisito. Il giudice, inoltre è tale perché ha vinto un concorso e non è eletto come avviene ad esempio negli USA, non deve cioè rispondere delle sue sentenze a nessuno se non alla Legge, sempre per garantirne l’indipendenza.
Il nostro sistema giuridico, inoltre è estremamente garantista, rispetto ad altri Paesi: ha tre gradi di giudizio; il PM ha l’obbligo di chiedere l’assoluzione se in fase di dibattimento non vengono prodotte prove; egli, infatti, non è l’avvocato dell’accusa, ma rappresenta lo Stato che considera il cittadino innocente fino a prova contraria. Il primo compito dell’avvocato difensore, invece, è garantire che il suo assistito abbia un giusto processo, che siano rispettate le regole, non di farlo assolvere, né di commentare le sentenze passate in giudicato. È per questo che riceve il pagamento anche in caso di condanna.
Andiamo al merito della contestazione: la condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo. La Corte dice: i giudici hanno emesso la sentenza basandosi su ciò che hanno detto tre testimoni prima che iniziasse il processo, i quali avrebbero dovuto ripetere queste affermazioni in fase dibattimentale. Bene, uno è morto prima di poter ripetere le dichiarazioni, gli altri si sono astenuti: non hanno detto nel processo “ci hanno estorto la confessione”, oppure “ci siamo sbagliati, non è vero niente”, non hanno semplicemente detto niente. E perchè hanno agito così? Se avessero affrontato il dibattimento avrebbero dovuto spiegare il perché della ritrattazione, visto che il PM non si basa solo sulle affermazioni delle persone, ne vaglia anche i riscontri, ossia se sono balle oppure no, sempre per quella concezione del cittadino innocente fino a prova contraria. E questo lo fa anche il giudice giudicante; è per questo che esiste il reato di diffamazione.
In questo caso i giudici, come rileva la Corte, hanno applicato la legge, ossia non potevano obbligare i testimoni a ripetere in aula le loro dichiarazioni. I giudici applicano le leggi, non le fanno, quello è il compito del potere legislativo. Se ci fosse stata la legge che prescrive l’obbligatorietà della ripetizione, i giudici sarebbero stati obbligati ad applicarla. In quel caso, di fronte alla mancanza di dichiarazioni in aula (non di negazioni, ritrattazioni etc. ma di semplici dichiarazioni), hanno considerato attendibili per emettere la sentenza, dopo il vaglio dei riscontri, quelle rilasciate prima del processo.
L’obbligatorietà della ripetizione nel processo delle dichiarazioni rese prima è una legge che non sempre garantisce il giusto processo. È vero che mette al riparo da possibili pressioni degli inquirenti, ma poniamo caso che una persona dichiari al magistrato che Tizio abbia commesso un reato, e nel mentre che si istruisce il processo, Tizio minacci il suo accusatore tanto da non farlo più deporre in aula. Il Magistrato sa che è stato commesso un reato , ma senza la conferma del testimone non può far nulla, ossia non può investigare per corroborare o confermare le tesi esposte. Questo rimane un problema aperto.
Per quanto riguarda la condanna per le pubblicazioni sulla stampa delle intercettazioni, se i giudici hanno sbagliato è ovviamente giusta la sentenza. Ricordo che una volta acquisite come prove, le intercettazioni vengono consegnate anche agli avvocati della difesa, e la sentenza non si esprime su chi ha fatto circolare queste intercettazioni.
Le due sentenze citate comunque non contraddicono le sentenze di condanna comminate a Bettino Craxi che rimane agli occhi della giustizia (ossia sono state riscontrate prove inoppugnabili) un corruttore e evasore fiscale.
Si tende a far coincidere la verità con la giustizia, ma esse non sono sinonimi. La giustizia é fatta da uomini, applicata da uomini, ispirandosi a dei principi universali. Non sempre coincide con la verità ma tende ad avvicinarsi il più possibile ed è quella che tocca a noi umani. Ci può essere il PM bravissimo che che istruisce il maxi processo alla mafia e quello incompetente che non riesce a trovare l’assassino; ci può essere l’avvocato volpone che rimanda alla prescrizione e il poveraccio che difende i poveracci, ma se si mette in discussione il valore in sè della Legge e della sua applicazione salta il patto sociale su cui si fonda il vivere comune e si ritornerebbe a Hobbes visto che ormai nessuna etica ci può salvare.
Le cose si possono leggere in maniera diversa. Vedere un elemento di garanzia del sistema nel fatto che il Pm appartiene alla corporazione della Magistratura è opinabile. A mio parere vale il contrario. Separare davvero le carriere di giudice e pubblico ministero, costituendo due organizzazioni distinte, significa non solo dare attuazione, anche all’interno del sistema giudiziario, ad un principio fondamentale come la separazione dei poteri ma anche permettere al processo penale di adeguarsi finalmente alla logica triadica del processo accusatorio, un assetto che meglio di altri garantisce l’imparzialità del giudice e quindi la sua legittimità nei confronti delle parti.
L’ obbligatorietà dell’azione penale è un’ipocrisia.
L’uso delle leggi speciali impiegate in quegli anni è un elemento sufficiente per mettere in discussione l’impianto di quei processi.
Non è questione di giusto o sbagliato, ma di sensibilità diverse. Noi laici, liberali, socialisti e democratici privilegiamo un equilibrio che preveda le garanzie massime per gli imputati e quindi le parti devono essere pari nel processo (assetto triadico) e le prove devono formarsi nel dibattimento. Altri la pensano diversamente. Vediamo di non essere però dogmatici assertori della verità facendo passare per vere cose opinabili come “visto che ogni volta che qualche magistrato osa toccare i poteri forti gli viene tolta l’inchiesta (vedi Forleo o de Magistris)”.
L’obbligatorietà dell’azione penale è prevista dall’articolo 112 della Costituzione, per contraddire ciò deve riportare fatti, o meglio, da laico, liberale, socialista e democratico vada a riferirli alla polizia o a un magistrato il quale, proprio per l’art. 112 è obbligato ad aprire un’inchiesta.
Le leggi speciali a cui fa riferimento sono quelle che erano in vigore anche prima del periodo ‘92/’94. Prima andavano bene per tutti, in seguito, quando sono stati messi sotto processo coloro che le avevano emanate o mantenute, sono divenute “speciali”.
La separzione delle carriere. Da almeno 15 anni in Italia si parla di separazione delle carriere dei magistrati, in base alla tesi che in tal modo si garantisce un processo più equo. La struttura di un processo non è qualcosa che va soggetta all’usura del tempo, non invecchia, non deve stare al passo dei tempi. La si crea in base a dei principi ben definiti di carattere universale, per garantire la maggior approsimazione possibile all’ideale di giustizia. I Costituenti, quindi, nelle cui fila erano presenti molti, se non la maggior parte di laici, liberali, socialisti e democratici, gente che aveva subito sulla propria pelle il fascismo, che era stata in esilio, che aveva visto uccidere amici e compagni, dopo aver configurato materialmente nella struttura della Costituzione la divisione dei poteri di Montesquieu e aver creato una Carta estremamente avanzata in grado di reggere e superare, proprio perché più giovane, le altre costituzioni , si sono dimenticati di separare le carriere dei magistrati.
Proprio per l’esperienza del fascismo, i Costituenti hanno voluto separare ermeticamente il potere giudiziario dagli altri due poteri, e questo non a garanzia della magistratura ma a garanzia del cittadino, i magistrati rispondono solo alla Legge. La riforma del CSM è necessaria in quanto esso è in mano alle correnti che sottraggono qualsiasi garanzia di merito, se fosse per me userei il sistema del sorteggio.
Ritorniamo alla separazione delle carriere. L’articolo 104 della Costituzione dice: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. E l’articolo 107: “I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni [...] I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni. Il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario”. Giudici e PM sono tutti e due magistrati e godono delle stesse garanzie. E quali sono queste garanzie? L’art. 106 prevede la nomina tramite un concorso (tre prove scritte anonime), il già citato art. 104 che prevede il CSM come organo di controllo eletto per i due terzi dai giudici stessi, il 105 e 107che attribuiscono al CSM il potere di gestione delle carriere. I giudici non devono aver paura di esser trasferiti o destituiti se processano o mettono in prigione un potente, insomma sono autonomi e indipendenti. E questo, ripeto, a garanzia del cittadino non dei giudici. Ho già descritto in precedenza il compito del PM, che è quello di condannare il colpevole, non l’imputato; non è l’avvocato dell’accusa ma il rappresentante dello Sato, difende un interesse pubblico, l’identificazione e la punizione del colpevole, chiunque esso sia. Se diventasse un tecnico al servizio dello diritto, ci ritroveremmo come negli USA dove l’interesse della pubblica accusa è quello di vincere, ossia condannare, altrimenti non avanza in carriera; ora invece per la carriera del PM è ininfluente il verdetto, non è spinto verso l’una o l’altra posizione perchè il suo ruolo è diverso, sempre a garanzia del cittadino. Come dice Bruno Tinti: “Il processo non è una partita di calcio, la responsabilità penale non può essere il risultato di una gara tra chi è più bravo. Il processo ha bisogno di un’indagine preliminare seria e obiettiva, di un investigatore che non abbia pregiudizi, di un PM pronto a cambiare idea ossia un collaboratore del giudice”. Inoltre, e questo è l’aspetto più grave, la carriera separata apre ad un maggiore controllo del governo sull’operato dei PM e allora si può avere un giudice imparzialissimo ma inutile perché non gli arrivano cause da giudicare dal PM che a sua volta ha ricevuto indicazione dal suo superiore di aspettare a indagare perché il ministro gli ha detto che sono momenti difficili e allora magari più in là…
Vogliamo separare le carriere e allora separiamole tutte, ossia tra i vari gradi di giudizio? Anche il giudice di II grado deve essere imparziale veso il collega di I e di conseguenza anche quello di III verso gli altri due, e poi i GIP e quelli del tribunale della libertà… ma per bloccare la macchina giudiziaria basta controllare il PM, come sapevano bene Mussolini e i Padri Costituenti.
Anche solo da una rapida comparazione con gli altri paesi democratici emerge chiaramente come oggi solo due democrazie consolidate si presentino con un unico corpo di magistrati giudicanti e requirenti: Italia e Francia.
Numerosi sono stati i paesi che hanno riformato l’assetto delle loro magistratura, separando le carriere. Ad esempio la Svezia, il Portogallo, il Cile. In questi ultimi due casi la separazione delle carriere è stata conseguenza di una transizione da un regime autoritario ad uno democratico.
La verità la si scopre meglio attraverso la contrapposizione fra le parti.
L’Italia liberale e soprattutto quella fascista erano regimi dove ad un corpo giudiziario unico, composto da magistrati giudicanti e requirenti, si accompagnava la soggezione del pubblico ministero al potere esecutivo. Non c’è quindi alcun serio legame fra indipendenza del pubblico ministero e sua appartenenza ad un corpo giudiziario unico così come non ce n’è fra un pubblico ministero separato ed uno status di dipendenza.
Se Craxi fosse ancora vivo, se cioè fosse stato curato come avrebbe avuto il diritto d’essere, avrebbe certamente dedicato molto tempo e spazio alla celebrazione del trentennale della morte di Pietro Nenni, il padre del socialismo italiano, morto proprio il 2 gennaio 1980.
Si è scritto molto dei suoi “errori” con particolare riferimento a quel 1948 che vide, soccombenti, contro De Gasperi, i socialisti per di più cannibalizzati dagli altrettanto perdenti comunisti nella stessa lista con il simbolo garibaldino.
Si ricorda troppo poco invece il ruolo che Nenni ebbe nello sbloccare una situazione politica italiana che era arrivata al punto, nel ’60, di dover ricorrere ad un governo DC (Tambroni, della sinistra democristiana vicino a Gronchi, allora Presidente della Repubblica) con l’astensione dell’MSI di Almirante a soli 15 anni dalla Liberazione dal fascismo. Quei primi anni ’60, videro grandi movimenti di massa di giovani e di lavoratori nonché molti caduti sotto i colpi della polizia. Allo strumentalismo comunista con in pancia ancora largamente l’illusione della rivoluzione similsovietica, Nenni oppose, tra molti ostacoli, la linea politica d’un governo in cui la sinistra democratica potesse rappresentare le istanze del mondo del lavoro con le necessarie riforme per sbloccare a sinistra la situazione italiana. Ricucendo con Saragat, a ragione fratello separato dal ’47, intrecciando contatti concreti con la sinistra DC di Fanfani e Moro, tentando persino l’aggancio con il comunista riformista Amendola, purtroppo minoritario nel suo partito, fu prima apripista e poi protagonista nel governo del Paese: in quella “stanza dei bottoni” secondo una sua definizione non senza qualche sprezzante autoironia, che portò però a quel Centrosinistra promotore della stagione delle più importanti riforme in questo Paese per il mondo del lavoro, per la sanità, per la casa, per l’economia e che andò tramontando al sorgere dell’alba funesta che illuminò di luce livida gli anni dell’ “album di famiglia” secondo la definizione di Rossanda con protagonisti i figli armati di quell’interminabile ’68 italiano cui qualcuno si ostina ancora ad attribuire segno positivo e la cui onda lunga, non a caso, uccise Moro, per colpire la sua politica riformista. Sotto quell’onda lunga eruttarono per il tempo restante vulcani subacquei, che, non a caso, poco più di dieci anni dopo travolsero Craxi e la sua politica riformista al di là dei non pochi suoi “errori”. Finché proruppe sulla scena, in testa agli ascari forcaioli, il “grande” azzeccatore ed epuratore di nome Di Pietro seminando il panico su d’una legione in fuga. Ma “attento – ammoniva Nenni – ch’è c’è sempre qualcuno più puro che ti epura”. Ogni riferimento ai vari Flores o quidam de populo o de magistris è puramente voluto.
Come sarebbe la Sinistra italiana oggi se al sano REVISIONISMO nenniano fosse seguito quello amendoliano – napoletano?
Al diavolo la litania del pappagallo ammaestrato che gorgoglia “la storia non si fa con i se ed i ma!”.
CIAO NENNI, ti voglio bene.
E allora facciamola questa comparazione.
Svizzera. Pur con differenze fra i vari Cantoni i giudici sono nominati dal Parlamento, i PM il Governo. Restano in carica qualche anno e possono essere riconfermati o no. Ci sono le commissioni che esaminano i candidati e li propongono al Parlamento e Governo ma i componenti delle commissioni sono a loro volta nominati dal Parlamento e dal Governo In pratica una lottizzazione. Il Governo può, quindi, controllare la giustizia. Cosa glielo impedisce? Stampa libera giornalisti coraggiosi e classe politica preoccupata dell’opinione pubblica e consapevole della rilevanza etica nella gestione del Paese. Tutti elementi aleatori.
Francia. I PM dipendono direttamente dal potere politico, è il Ministro della giustizia che li sceglie; non solo, ma possono essere eletti nei consigli d’amministrazione di imprese pubbliche e private. Anche lì c’è qualche problema di conflitto di interessi. Sono all’interno di una struttura rigidamente gerarchizzata la cui scalata dipende dal volere del Ministro. L’azione penale non è obbligatoria: il PM decide quali reati vanno perseguiti e quali no, e decide da solo se archiviare oppure no (mentre in Italia è il GIP che decide l’archiviazione). Se l’indagine non riguarda alcun potente il PM passa la palla al Giudice Istruttore, l’unico autonomo ed indipendente, che pero’ ha al suo servizio la polizia giudiziaria dipendente dal Ministro dell’Interno (in Italia la PG dipende solo dal PM). Non è proprio un bel esempio di indipendenza alla luce del meccanismo italiano.
Belgio. I PM non vengono nominati dal ministro ma ne dipendono completamente.
Spagna. Carriere separate, due CSM, il Procuratore Generale è però nominato dal re su proposta del Governo. L’azione penale è obbligatoria ma il PM può autonomamente archiviare.
Inghilterra. Tutti i giudici superiori sono nominati dalla regina su proposta del Governo. i giudici e i PM sono inamovibili ma i giudici superiori possono essere licenziati. La polizia è autonoma e indipendente, dipende dal Ministero dell’Interno ma riferisce solo a fine anno.
USA. Se ne è gia parlato in precedenza, Procuratori e giudici sono eletti, decidono per quale reato perseguire e decidono la condanna in base a criteri personali l’azione penale non è obbligatoria. Il processo è basato su avvocato dell’accusa, della difesa, giudice che contralla le regole, e giuria che decide. IL verdetto dipende dalla bravura del PM o dell’avvocato difensore. Il PM ha interesse che venga punito il colpevole? No, deve solo vincere perché il suo ruolo è un trampolino di lancio per la sua carriera. Indagini unidirezionali contro l’imputato, alla sua difesa ci deve pensare lui; e se è povero e non può pagarsi investigatori privati che facciano indagini ulteriori? Problemi suoi.
I Costituenti hanno dunque fatto uno sforzo notevole, rielaborando le varie esperienze degli altri Paesi, per costruire un sistema che garantisca la maggior indipendenza possibile della Magistratura dagli altri due poteri, e questo in favore del cittadino. È un sistema che rasenta l’umana perfezione, eppure la situazione italiana è catastrofica.
Possibili soluzioni che provengono dagli stessi magistrati: coprire i 1500 posti vacanti di magistrato, assumere il 30% del personale amminisrativo che attualmente manca, acquisto di computer, stampanti, fotocopiatrici, sistemi informatici moderni, automobili, cancelleria. Abolizione della metà dei Tribunali e Procure con relativo accorpamento, regime diverso delle notifiche (obbligo dell’avvocato di avere un indirizzo email), obbligo per l’imputato di avere il domicilio presso il suo avvocato, abolizione del processo d’Appello, depenalizzazione dei reati perseguibili con multa.
La giustizia italiana soffre di molti problemi, ma assomiglia all’acquedotto pugliese, il più grande d’Europa gestito però nel modo peggiore.
Sappiamo tutti quali sono le posizioni di Repubblica.
Non basta una strada Craxi, tema ineludibile
Repubblica — 04 gennaio 2010 pagina 23
Mario Pirani
La diatriba toponomastica a dieci anni dalla morte di Craxi andrebbe messa da parte. Svilisce un dibattito ineludibile perché grava ancora sulle nostre attuali vicende e seguiterà a pesare fino a quando le reciproche accuse non saranno metabolizzate. Basterebbe por mente al fatto, ai limiti di un paradosso mai davvero esplorato, che l’ ultima scissione all’ interno della sinistra, a partire da quella del 1921, è stata quella che ha visto una grossa aliquota di dirigenti e di elettorato socialista passare in blocco nelle file di Forza Italia. Per chi, come il sottoscritto, ha da sempre giudicato del tutto stravolgentee inaccettabile l’ entrata nell’ arena politica del padrone delle Tv, sarebbe fin troppo facile unirsi al coro e bollare la deriva socialista come l’ esito di una propensione antropologica al “tradimento” di classe, ad una conversione al berlusconismo, ad un “mutamento genetico” derivante per naturale ascendenza dal craxismo. E chiuderla ancora una volta qui. Senza mai fare i conti con l’ altrettanto naturale e permanente antisocialismo che i comunisti e i postcomunisti, si portano dentro la pancia da sempre, con zoologica continuità: da quando disprezzavano Turati e appellavano Pietro Nenni di “social-fascista”, fino alle recenti trasformazioni (Cosa uno e due, Pds e Pd) che ha visto svalutatoe irriso ogni apporto socialista restato fedele alla sinistra, impersonato, per ricordare qualche nome, da Giuliano Amato e Giorgio Ruffolo, da Rino Formica e Giorgio Benvenuto, fino ai sindacalisti della Uil che aderirono al Pds, e così via. Sprezzati e messi da canto per una ragione di fondo: la permanenza di una scelta che respingeva il nome stesso di “socialismo”, (passaporto per l’ Europa poi, smarrito per strada) ma impronunciabile per denominare il “nuovo” partito in Italia. La spiegazione esiste: la scelta, da Berlinguer ad oggi, è rimasta sempre quella di privilegiare l’ alleanza, fino alla fusione (!), con la sinistra cattolica e respingere l’ unità con il socialismo democratico. Questo ha portato ad un riformismo azzoppato, timoroso di ogni ostilità sulla sinistra, da quella di Di Pietro a quella della Fiom, e, soprattutto, lo ha amputato della sua indispensabile funzionea difesa del laicismo, nello Stato e nella società. Come non capire che anche tutto questo ha contribuito alla deriva di milioni di socialisti verso la sponda d’ approdo berlusconiana? La questione di Craxi s’ intreccia con tutto ciò. Non ho spazio per approfondirla qui. Annoto solo: l’ intuizione storica di una riconquista di uno spazio autonomo del Psi, succubo fino al 76 della preminenza comunista, avvalorata dal consociativismo berlingueriano con la sinistra dc, era una necessità per l’ Italia. Anche la dilatazione del deficit pubblico fu spinta dal consociativismo e dalla invadenza sindacale che ne derivava. Senza autonomia e peso autonomo del Psi nel governo di centro-sinistra, non ci sarebbe stata la svolta storica della scala mobile e l’ inversione di una inflazione devastante, così come non ci sarebbe stata una scelta europeista epocale, quando Craxi, al Vertice di Milano dell’ 85 impose il voto a maggioranza contro la Thatcher per passare al Mercato unico; così come fu decisivo il suo intervento per permettere contro il Pci, l’ installazione degli euromissili in Italia a fronte di quelli installati da Breznev, puntati sull’ Europa per ricattarla. Per far questo occorreva un partito dotato anche di autonomia economica. Di qui la scelta rovinosa delle tangenti, gli arricchimenti, gli scandali nel clima di cinismo realpolitik inalberato dal Capo. Il giudizio, però, si è squilibrato da una parte sola: tutta la vita italiana era condizionata dai costi “impropri” della democrazia: la Dc imponeva tangenti pubbliche, il Pci riceveva i soldi prima dall’ Urss e poi delle cooperative. Ma il marchio dell’ immoralità è finito solo su Craxi. Il codardo insulto sfiorò persinoi “miglioristi” del Pci, accusati di “filocraxismo”. Una ingiustizia storica che duole ancora. – MARIO PIRANI
«Craxi? Se il ricordo resiste dopo almeno due generazioni, vuol dire che si tratta di storia. Sennò, è un’ operazione politica» – INTERVISTA A MARCO PANNELLA
(31 dicembre 2009) – fonte: Corriere della Sera – Andrea Garibaldi
«Io Craxi lo conoscevo bene. Come pochi altri. Da quando lui aveva vent`anni e io ventiquattro. Abbiamo condiviso molte idee».
Quindi, lei è naturalmente favorevole all`idea di Letizia Moratti di intestargli un giardino, a Milano?
«Sinceramente no. Perché la gente deve essere costretta a vivere in via Togliatti, via Almirante, via Craxi? Se il ricordo resiste dopo almeno due generazioni, vuol dire che si tratta di storia. Sennò, è un`operazione politica, con sentimenti e risentimenti».
Marco Pannella, lei sarà ad Hammamet a metà gennaio per celebrare i dieci anni dalla morte di Craxi?
Sarà alla commemorazione in Senato?
«Nessuno mi ha invitato».
E se la inviteranno?
«Se Anna, la moglie di Bettino, mi chiama, vado di corsa».
Il presidente della Repubblica, Napolitano riceverà i vertici della Fondazione Craxi al Quirinale. Forse manderà un messaggio in Senato.
«Penso che Napolitano dirà: “Sono stato amico e compagno di Craxi”. Già nel ‘90, al Parlamento europeo, s`era differenziato dalle posizioni del Pci su Craxi. Sarà interessante vedere quali parole, con prudenza istituzionale, riterrà possibile e doveroso pronunciare per aiutare la riflessione. Mentre attorno sento iene e corvi e parassiti…».
Iene e corvi?
«Chi ne approfitta per un`ulteriore criminalizzazione. Come se Craxi fosse ancora pericoloso».
Parla degli ex magistrati Borrelli e Di Pietro?
«Parlo di una categoria di persone. A Di Pietro dò molte attenuanti, fra coloro che non hanno cultura garantista: viene dalla mia terra, ha sgomitato, studiato…».
E i parassiti?
«Quelli che usano Craxi per le loro carriere, come quando era in vita».
Gli ex socialisti che sono al governo, Frattini, Sacconi, Brunetta andranno ad Hammamet.
«Parassiti sono tutti quelli che utilizzano il ricordo di Craxi per dare valore alla propria figura».
Rino Formica, ex ministro socialista, ha detto che Craxi fu travolto da una “rivolta di palazzo”, per restaurare l’ordine che lui minacciava.
«Craxi nell`agosto ‘92 in Parlamento disse: tutti rubavamo per finanziare i nostri partiti. Io risposi: tutti, tranne i radicali.
La partitocrazia si era costituita in associazione a delinquere e i membri di quella associazione accusarono l`anello debole, non comunista, non Dc: Bettino Craxi».
Massimo Pini, grande amico di Craxi, lo accomuna a Berlusconi: due leader anomali, scardinatori di sistemi bloccati.
«Bel regalo che fa Pini a Craxi! Ma no! Berlusconi è il prodotto della storia antidemocratica della partitocrazia. A parte i primi tre anni di impegno politico, quando ha creduto di fare il leader liberale».
Nessun complotto contro Craxi, insomma.
«Non c`era alcun grande vecchio. Craxi però fece il grande errore di non andare in galera».
Lei glielo disse?
«Dopo il discorso in Parlamento gli consigliai: quando arriva il mandato di cattura, ti presenti a Regina Coeli e ti fai arrestare.
Alle elezioni europee prendi più del 15 per cento. Allora potrai davvero fare la tua chiamata di correo degli altri partiti».
Era stato uno scardinatore del sistema?
«No, solo un innovatore. Craxi viene dalla mia stessa esperienza nelle organizzazioni universitarie, Ugi e Unuri. Facemmo la battaglia per non far sparire i laici a fronte di comunisti, neofascisti, democristiani».
E poi?
«Bettino andò avanti su questa linea. Però, a un certo punto, decise che a brigante doveva rispondere con brigante e mezzo».
Lei ha raccontato che alla fine le propose di prendere in mano il Partito socialista.
«Eravamo da lui, penultimo piano dell`hotel Raphael, poco tempo prima del lancio delle monetine. Mi disse: “Adesso è il turno tuo”.
Sei matto, risposi, ci sarà la rivolta, tutti quelli che aspettano la tua eredità prenderanno il mitra…».
Invece che rispondere a tono siamo passati alla rassegna stampa.
Pirani. Craxi ha avuto il merito di rompere il patto segreto DC/PCI, mantenendo una posizione autonoma in nome del socialismo laico; purtroppo questa autonomia aveva un costo e dunque le tangenti.
Craxi non ha costruito una forza autonoma di sinistra modello Mitterrand, capace di sostenere la laicità dello Stato nei confronti dei poteri forti e battere così la DC. Si è alleato con il peggio della Repubblica di quel tempo: Forlani e Andreotti. Ha firmato il nuovo concordato con la Chiesa, accordi con Gelli (avuti nell’80 all’hotel Raphael e ammessi dallo stesso Craxi nel ‘94), spartizione tangente Eni (conto Protezione banco Ambrosiano, il primo degli innumerevoli conti) etc. Non rubava solo lui, il sistema non l’ha inventato lui, e allora? Era un uomo politico e aveva il dovere di denunciare, invece aveva capito che poteva raggiungere il potere anche lui, in maniera più semplice.
Craxi capro espiatorio; in parte è così, la sua arroganza non l’ha certo aiutato, ma è anche l’unico ad essere scappato. Comunque Andreotti si è fatto processare, sicuro che nessuno si ricorda la prescrizione per la sua attiguità alla mafia fino all’80.
Mi sembra di girare in tondo. La firma di un giornalista, per quanto prestigiosa, non cambia le sentenze né i crimini commessi.
Pannella. Definire anello debole Craxi ossia chi ha governato più a lungo nella storia della I Repubblica, che aveva reso un feudo personale la Lombardia, che si era intascato 150 MLD (quelli assodati) è nello stile del personaggio. Tutto pur di un pò di visibiltà.
Ma sei buono di fare un’analisi politica seria o devi sempre liquidare tutto con una frasetta irriverente ed essere sempre lì con il dito alzato a spiegarci come questa Italia faccia schifo, come siano tutti disonesti e ladri (voi a parte e l’amico Di Pietro dell’Italia dei valori immobiliari). Salvo che non avete mai portato a casa nulla.
“Craxi ossia chi ha governato più a lungo nella storia della I Repubblica”
Cos’è un fatto anche questo?
De Gasperi 2496 giorni
Andreotti 2226
Moro 2074
Fanfani 1389
Craxi 1272
Per fare analisi sulla storia recente d’Italia è bene partire sempre da questo assunto: l’Italia è una nazione al guinzaglio USA fin dall’8 settembre 1943. La sua storia va quindi letta tenendo conto del gioco geostrategico del dominus americano; gioco entro il quale la nazione italiana ha dovuto, fino ad oggi, recitare un ruolo di stretta subordinazione. I fatti della nostra storia recente (es. strategia della tensione) e attuale (es. tangentopoli), carriere e destini dei nostri uomini politici più in vista (Moro, Craxi, Prodi, Berlusconi) sono comprensibili solo da questa prospettiva. In tale contesto le qualità morali dello statista -le sue debolezze, la sua avidità – a posteriori sono molto meno rilevanti rispetto alle qualità messe in evidenza come leader politico. Quindi risulta molto limitativo e fuorviante giudicare Craxi per l’incetta di tangenti, Andreotti per la contiguità con la mafia, Prodi per la sua faccia da mortadella e Silvio per la sua statura fisica.
Sig. Marcello (le do del lei perche’ non ho il piacere di conoscerla), ho inserito quattro post argomentati in risposta alle sue affermazioni: nell’ordine problemi giudiziari di Craxi, interpretazione sentenza Corte europea, separazione carriere dei giudici, rapporto tra legge, giustizia e verita’, comparazione tra i sistemi europei e il nostro, risposta all’opinione di un giornalista e un politico (si puo’ ancora fare?). Questi cambi repentini sono stati causati dalla sua elusivita’nei confronti delle mie argomentazioni. Basta leggere.
Craxi e’ stato il politico che ha governato di piu’ continuativamente, ho dimenticato l’avverbio.
Emilio hai ragione (a te mi permetto di dare del tu perche’ ti conosco), bisogna sempre contestualizzare,
ma nel caso di Craxi i soldi delle tangenti non finivano al partito socialista per finanziare una scelta politica ma dritti nei suoi conti personali. Che termine usi per definire queste azioni?
Queste azioni le chiamo ‘ruberie’ se fatte da un normale cittadino, le chiamo ‘eccessi’ o ‘imprudenze’ o ‘ingenuità’ se fatte da un potente leader carismatico. Il problema di Craxi è che si è fatto incredibilmente beccare con le mani nella marmellata, quando aveva il modo di arricchirsi in modo legale. Craxi è stato sicuramente un uomo politico di rilievo nella recente storia della repubblica, ma è stato vittima della Storia e per ora rimane ‘declassato’. Via, non crederai alla storiella che tangentopoli è stata causata da una ‘questione morale’! La storia degli anni successivi lo smentisce completamente.
Tangentopoli si spiega solo come si spiegano gli ‘anni di piombo’. La lettura è radicata sempre nello stesso terreno: la strategia geopolitica del Dominus mondiale. Caduto il muro di Berlino, si è cambiato gioco e qualcuno ci ha rimesso le penne.
In tale contesto si può dire che Di Pietro non è il grande moralizzatore, ma un giocatore (forse anche inconsapevole) messo in campo per giocare una partita già organizzata.
elusive ahah!!! valà!!
ma se devi ancora rispondere all’intervento di Benoni (l’ennesima persona con cui avete avuto degli scazzi e che dopo avervi imprudentemente fatto delle aperture ha capito che siete solo dei tagliagola) “Mi stupisce ad esempio che chi come voi crede nella democrazia diretta e partecipata, veda poi la magistratura come loro punto di riferimento, magistrati intoccabili e le cui azioni sono indiscutibili”
D’Ambrosio: «La molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica. Finché non ci sia la prova di una corruzione personale, e non c’è, è un dovere dare a Craxi quel che è di Craxi»
Non credeterete mica alla barzelletta del politico corrotto e dello sbirro buono?
Le riflessioni di Emilio sono degne di approfondimento. Le inchieste di Mani Pulite sono partite caduto il Muro. Gli Usa fino alla caduta del muro avevano interesse a mantenere gli equilibri esistenti, successivamente non è stato più cosi. Negli anni ’90 fecero miliardi con le svendite dello Stato.
Quella di Di Pietro e Co. è stata il più caso più clamoroso di una delegittimazione dei sistemi politici che si è manifestato quasi ovunque, dopo la fine della guerra fredda: una “Mani pulite internazionale”. La crisi del sistema e gli scandali esplosi a cominciare da Milano hanno avviato una campagna di aggressione contro i partiti democratici senza uguali al mondo e senza giustificazione. La violenza dell’attacco non può far parlare semplicemente di critiche o di rinnovamento, ma di un golpe strisciante. Si sono mossi i fascisti che decenni di democrazia aveva isolato, ma non cancellato. Si sono mossi quella parte dei poteri economici che, finita la Guerra fredda, hanno considerato finito il ruolo di mediazione dei partiti e dei sindacati e volevano governare direttamente con l’arroganza del denaro, con il prestigio della tecnocrazia, con il peso dei mass media. Lo spazio lasciato libero dai partiti non si è riempito di contenuti virtuosi come ritengono i retori dell’antipartitocrazia, ma dei mali che inevitabilmente si accompagnano con la crisi dei partiti e della politica: localismo, lobbismo e corporativismo. All’Italia partitocratica è successa l’Italia ingovernabile degli egoismi di campanile, di gruppo e di azienda. L’intramontabile Italia del particulare. Quella che, inseguendo appunto il “particulare”, è stata estromessa come protagonista dalla storia europea tra il XV e il XVI secolo.
Alla fine della messa in scena che prevede la battaglia tra una società civile seria e una classe politica corrotta chi vince? La destra, come accede sempre quando viene sconfitta la politica. Berlusconi e la Lega cavalcarono l’ondata forcaiola e conquistarono prima il Nord e poi la guida del Paese.
Bene, proviamo a fare un ragionamento con normale logica in astratto. Come se non avessimo vissuto in Italia gli ultimi 20 anni.
Se uno ruba è un ladro.
Non è offensivo chiamarlo ladro.
Non è etico e neppure funzionale per il buon funzionamento di un paese avere come capo di governo uno che ruba.
Non è mancanza di rispetto dire a uno che la pensa diversamente che quel capo di governo è un ladro. Se lui è ladro.
Penso che fino a qui possiamo essere tutti d’accordo.
La cosa importante però è che l’affermazione “lui ruba” sia provata.
Ma se siamo sicuri che uno ruba, per il buon funzionamento della società in cui viviamo, meglio allontanarlo.
Ora affrontiamo la parte che ci scalda.
Dire che Craxi prendeva tangenti è corretto oppure no?
Craxi è stato condannato per tangenti in via definitiva.
Ha ammesso davanti al parlamento che rubava. Il 3 luglio 1992 alla Camera disse: “Buona parte del finanziamento pubblico è irregolare o illegale”.
Il suo amico e collaboratore Larini confessò di portare in mano a Craxi le tangenti raccolte per la Metropolitana Milanese.
Il 7 febbraio 1993 l’architetto Silvano Larini si consegna al pool di Milano dopo mesi di latitanza, finisce a San Vittore e riempie verbali su verbali sul suo ruolo di pony express delle tangenti sugli appalti della metropolitano milanese: “Ho raccolto 7-8 miliardi di tangenti sulla Metropolitana e in buona parte sono finiti personalemente a Craxi. Portavo i soldi al quarto piano di piazza Duomo 19. Ero io a confezionare il pacchetto, utilizzando buste marroncine. A volte le posavo sul tavolo della segretaria, a volte le lasciavo sul tavolo della camera di riposo di Bettino… Fu lo stesso Craxzi a confermarmi l’incarico di provvedere a raccogliere il denaro proveniente dalla Mm… Tutto ciò che prendevo lo portavo sempre nell’ufficio dell’onorevole Craxi e non trattenevo nulla per me. Era un servizio che io rendevo a Craxi per amicizia e per comune militanza politica”. Di qui la condanna a 4 anni e mezzo più 5 miliardi di lire di risarcimento. Altro che “non poteva non sapere”: Craxi non solo sapeva, ma intascava personalmente quei miliardi che Larini depositava sul suo letto e che poi finivamo sui conti svizzeri di Bettino.
Il presidente della Fiat Cesare Romiti fu condannato per una tangente di 5 miliardi a Craxi.
E Craxi fu condannato per le tangenti Enimont (un affare di migliaia di miliardi).
Quindi è provato che Craxi è un corrotto, uno che ha preso tangenti, che è scappato dall’Italia per sfuggire dalle sue leggi e che è morto latitante.
Non è un’opinione. E’ un fatto. Provato che all’estero sta ormai nei libri di storia. Ma non in Italia.
In nessun paese del mondo staremmo qui a disquisire se possiamo oppure no chiamarlo ladro o se era stato un grande statista. I ladri non possono essere statisti. Se si scopre che uno statista è ladro, cessa di essere considerato uno statista. Una cosa esclude l’altra.
Solo 15 anni di lavaggio al cervello di una propaganda che diceva che il male oscuro dell’Italia erano i magistrati, fanno si che questa discussione incredibile avvenga. Lavaggio al cervello a cui anch’io sono sottoposto quotidianamente da radio, tv e quotidiani. Tutta in un solo senso.
Ma non sto dicendo che noi italiani siamo geneticamente o culturalmente più stupidi degli altri. Le stesse tecniche di lavaggio al cervello, che sono tecniche psicologiche sofisticatissime, impiegate anche nel marketing per indurci a comprare quello che desiderano i venditori, hanno permesso in soli 2 anni a Bush di far credere agli americani che la guerra in Iraq era a causa dell’attacco alle Torri Gemelle (con cui Saddam non aveva nulla a che fare, anzi perseguitava gli estremisti islamici nel suo paese) e che avesse armi di distruzione di massa, mentre non le aveva. Ci ricordiamo tutti la fialetta mediatica con la polvere bianca agitata da Powell alle Nazioni Unite per dare più forza alla tesi Armi di Distruzione di Massa.
La stessa propaganda usata da Blair per convincere gli inglesi ad andare in guerra insieme agli alleati USA. E di cui sta rispondendo nei tribunali proprio in questo periodo.
La stessa identica propaganda scientifica usata da Hitler per accusare gli ebrei di tutti i mali. E milioni di tedeschi (uno dei popoli più acculturati dell’epoca, con più giornali, libri, biblioteche) lo seguivano.
La stessa propaganda anticomunista degli anni ‘50 in USA che colpì anche Charlie Chaplin, Arthur Miller e mille altri e annientò la sinistra americana.
Perchè la mente umana e i suoi meccanismi di riflesso spontaneo è conosciuta e studiata e manipolata da centinaia di anni. Ci sono addirittura sezioni degli eserciti dediti al lavaggio del cervello e alla propaganda.
E fa si che noi roveretani 10 anni alla morte di Craxi, stiamo qui a discutere su opinioni invece che su fatti.
Ma poi capisco anche che la logica non ha più a che fare con le nostre argomentazioni, che ormai diventano atti di fede.
Se uno ha vissuto e impostato la sua vita dentro un partito, non può che continuare a credere, o a mostrare di credere, per continuare la sua strada senza crisi. Sarebbe come dire a un rabbino di convertirsi all’islamismo o a un tifoso milanista di diventare tifoso interista. Sono in gioco emozioni, fedi. Non c’è più logica o argomentazione che tenga.
Per questo io mi rivolgo ai cittadini che stanno fuori dai partiti, e che pensano ai propri interessi reali, concreti, alla propria qualità della vita.
E’ arrivata l’inappellabile sentenza di Michieletto, quello che si sapeva da due anni che faceva su sto cinema per farsi la sua bella listarella per mettere il culo al caldo. E questo è un fatto!
Ma perchè i magistrati non sbagliano mai? Le loro sentenze sono la rappresentazione dei fatti, ma non i fatti in sè. E io sono libero di contestarle.
è vero! sono tutti dei ladri, tutti indottrinati dalle tv. Venite da me. Io sono il Messia. Vi salverò dalla corruzione! prrrrr
Marcello non prendertela. In campagna elettorale ci si deve aspettare questo e altro.
ma quanti bei lettori di partito ci sono in questi spazi di “eversione democratica” (Valduga ci chiamò così un paio di anni fa).
Ma c’è un errore. Io faccio politica attiva (ossia parlo, studio e cerco di attuare la democrazia diretta e partecipativa) ben prima che da due anni.
Dal lontano 1998 la mia mente che con il corpo allora abitava a Vicenza, già concepiva che nel 2010 ci sarebbero state le elezioni comunali a Rovereto. E da allora ho messo in atto uno strategico piano diabolico per poter partecipare alla competizione elettorale roveretana.
Prendendola prudentemente un po’ alla larga e cercando di introdurre il Bilancio Partecipativo dal 2003 a Vicenza e per un referendum attivato nel 2005 e attuato a Vicenza nel settembre 2006, passando per due anni di raccolta firme a Rovereto per attuare i referendum, mettendomi d’accordo con la commissione dei garanti che bocciasse la prima raccolta firme (che altrimenti i referendum sarebbero stati fatti nel 2008, troppo presto).
Mettendomi d’accordo infine anche con il sindaco migliore che Rovereto abbia mai avuto (parola di due suoi consiglieri l’altro giorno su L’Adige, forse voi?), fingendo di premere che i referendum fossero abbinati alle elezioni europee di Giugno 2009 (che sarebbero state fatte troppo presto). E in realtà ipnotizzando il povero Valduga e facendogli scegliere contro il suo volere la data per noi più utile dell’11 ottobre 2009.
La mia attività è iniziata nel 1998 e finirà quando gli strumenti di democrazia diretta e partecipativa saranno presenti anche nella città dove vivo.
Ma come tutti, non sono indispensabile, anzi. La democrazia diretta e partecipativa si attuerà con o senza di me o con o senza la vostra resistenza, perchè questo è il trend storico che è avviato in tutto il mondo. E migliaia di persone indipendentemente una dall’altra stanno attuando questa fase nuova della democrazia.
Il passaggio da una democrazia incompiuta dove gli attori erano pochi appartenenti ad associazioni dedite a spartirsi il potere (i partiti), aggrappati con le unghie a quanto avevano raggiunto, alla democrazia piena, quella dove i cittadini con metodi rigorosi, sperimentati ed efficaci possono intervenire direttamente nella gestione della propria città, e della propria vita, creando insieme l’agenda politica, senza bisogno di intermediari.
Ma perchè, dici che i commenti sopra sono di due consiglieri di Valduga?
E chi perdio? Dai che sono curioso.
Sarebbe davvero una batosta questa.
Però come fai a dire questo? Hai tracciato gli IP?
In questo spazio c’è solo un dialogo tra sordi: nessuno si sforza di capire il punto di vista dell’altro. Nessuno vuole abbandonare il proprio punto di osservazione che è la prima cosa da fare per tentare il dialogo. Da una parte abbiamo il mito della Legge e della Magistratura, dall’altra il mito del Partito (possibilmente socialista).
Così si stabilisce un contradditorio a base sentimentale ed emozionale inevitabilmente destinato a sfociare in rissa.
Peccato!
Emilio la lettura geopolitica di un periodo storico, per quanto necessaria e utile per comprendere le sfaccettature e gli interessi in gioco, non può prescindere dall’individuazione delle responsabilità personali.
Se un povero ruba è un ladro, se un potente fa lo stesso è un ingenuo, marionetta in mano al grande vecchio. Questa lettura rischia di far riferimento ad una impostazione di società verticale, basata sulla gerarchia, sul darwinismo sociale, dove i potenti hanno più diritti e meno doveri dei comuni cittadini e la giustizia serve per mantenere la divisione sociale. Niente di nuovo sotto il sole, lungo i diecimila anni nei quali grosso modo consiste la nostra civiltà è la forma di convivenza civile che più spesso ci siamo dati. Fino a quando, a metà del XVIII secolo in Francia, si è affacciata l’idea che gli uomini siano tutti uguali, non perché bianchi o europei o figli di dio, ma perché accomunati dal possesso della ragione; l’ipotesi, dunque di una società orrizzontale: tutti uguali con gli stessi diritti e doveri. Ci sono voluti duecento anni prima che quest’idea prendesse corpo in un sistema codificato, la Costituzione italiana, promulgata prima della Dichiarazione dei diritti dell’uomo dell’ONU. Per la prima volta il valore, la cogenza della Carta non è data dalla paternità, ossia per la promulgazione da parte del re, del papa, leggi di dio etc., ma dal contenuto: in sostanza l’uguaglianza delle persone nei diritti e nei doveri.
La codificazione e promulgazione di queste idee non garantiscono l’effettivo esercizio di un sistema sociale siffatto (penso sia questo il problema per cui tu parli del mito della Legge o della Magistratura); l’intero corpo sociale deve contribuire all’effettiva applicazione di questi principi, e il primo atto è la responsabilità personale, essa è condicio sine qua non per un effetivo sviluppo di una società orrizzontale perché corrisponde al rispetto per l’altro. Ci sono persone in Italia che sono estremamente pessimiste a riguardo, vedasi ad esempio Scarpinato, il quale sostiene che il popolo italiano sia intrinsecamente carente di una cultura orrizzontale; la stesura della Costituzione per lui è stato un caso dettato dal momento storico e i sessant’anni di storia repubblicana siano stati invece, un lento e continuo smantellamento dei principi costituzionali. Sia come sia, perché non rimangano un mito, come il servizio buono che non si usa mai per paura di romperlo, i principi esposti nella Costituzione si devono applicare in tutti i casi, anche ai potenti.
Sig. Marcello, è proprio per rispondere al rilievo posto dal sig. Benoni che è partito questo florilegio di post: importanza della Legge e del patto sociale, impostazione della Costituzione, garanzie dell’imparzialità dell’esercizio del diritto, comparazione fra sistemi differenti etc.
Tagliagola non è un bel termine, se lei sposta la discussione da un confronto, pur serrato ma basato sulla dialettica, all’insulto, mi ritiro e le lascio campo libero.
Paolo, quando si propugnano idee assolute e si scrive sempre ‘Legge’ e mai ‘legge’, ‘Costituzione’ e mai ‘costituzione’ si rischia di beccarsi l’appellativo di tagliagole. Ma con gli assoluti non si può dialogare,ma solo imporre la propria visione. E sull’altare dell’assoluto il tagliagole immola le sue vittime. Quindi non offenderti,ma rifletti, che i tuoi critici un bricciolo di verità magari la dicono.
Complimenti a Emilio: impeccabile.
Una nota forse fuori tema, ma vedo che fuori tema ci si è già andati: non siamo uguali, ognuno di noi è diverso dagli altri, ogni cultura è diversa dalle altre. Preferisco fare riferimento alla “pari dignità” piuttosto che alla uguaglianza (a meno che non si specifichi: “uguaglianza giuridica”, che comunque va relativizzata. Don Milani diceva che è una grave ingiustizia fare parti uguali tra diversi, nel senso che bisogna dare di più a chi ha più bisogno).
Paolo F. fonda poi l’uguaglianza sulla ragione. E di persone che per gravi handicap non hanno sviluppato le facoltà razionali? La dignità è più profonda della ragione.
Legge con la maiuscola indica il sistema di regole nel suo complesso che un determinato sistema sociale si dà. È un pò lungo da scrivere e quindi si fa riferimento alla parola con la maiuscola. Come ad esempio, quando si parla dell’Amore non si fa riferimento all’amore di Paolo e Francesca, ma all’amore in generale, quello che coglie ognuno di noi. Ogni società, così, si dà le leggi che sono diverse fra loro, ma anche in assenza di una codificazione scritta ogni gruppo umano di qualsiasi livello di complessità fa riferimento ad un corpus, la Legge, appunto; non è un contenuto assoluto, è una costante dell’organizzazione umana. Affermare “non esiste nessune verità” è un contenuto assoluto, è il negativo della verità, ossia la verità del nostro tempo. La Costituzione italiana si scrive così, per regola grammaticale, è come un nome proprio, allo stesso modo di Repubblica, Senato, Governo, Corte costituzionale etc.
Se per rispettare le regole sintattiche e ortografiche mi devo prendere del tagliagola stiamo freschi. Qualche parola sulle due visioni di società?
È proprio la ragione che permette di riconoscere il diverso come uguale, anche chi non ti riconosce uguale. Avere un’uguaglianza giuridica significa possedere gli stessi diritti (diritto allo studio, ad essere curato, a poter esprimere il proprio pensiero etc.) e doveri in quanto uomini e quindi avere in partenza le stesse possibiltà di espressione della propria indole. Se voglio fare l’avvocato studio, mi applico faccio l’esame e divento avvocato, non devo necessariamente esser ricco o figlio di avvocato. Se rischio la vita posso essere curato dai migliori medici non per il mio conto in banca ma in quanto essere umano. È l’uguaglianza che permette la libera espressione della diversità. La scommessa è allargare questa categoria anche al resto dell’essere, ossia l’ambiente; applicare il concetto di uguaglianza alla natura in modo tale da considerare ogni cosa con pari dignità. L’altro lato è l’uguaglianza nei doveri e quindi il principio di responsabilità…, Craxi che scappa e non si fa processare non è un bell’esempio, meglio Pinelli o Ambrosoli… è da qui che siamo partiti, ma mi sto ripetendo.
Solo “dio” si scrive con la lettera minuscola…
Vi è stato un razzismo moderno, nato in ambiente positivista, che assolutizzava l’idea illuministica della ragione, considerando chi non corrisponde a tale modello (eurocetrico, anzi forse parigino-londinese…) come un inferiore.
Da “L’origine della specie” di Darwin:
Fra qualche tempo avvenire, non molto lontano se misurando per secoli, è quasi certo che le razze umane incivilite stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo alle razze selvagge.
http://cronologia.leonardo.it/darwin/cap06.htm
L’Illuminismo ha avuto dei meriti, ma una critica seria non può nasconderne i punti deboli (cosa che ha fatto ad esempio la Scuola di Francoforte).
Con il discorso delle maiuscole Emilio intendeva riferirsi alla tua scarsa propensione a contestualizzare, a uscire dalla torre d’avorio dei discorsi filosofeggianti (che alla fine, stringi stringi, si riducono a dare del “ladro”…) per confrontarsi con la politica e la storia, in particolare con il contesto in cui Craxi ha operato: quello della Guerra Fredda.
Rileggo ora più attentamente quanto scritto da
Paolo F.: l’ipotesi, dunque di una società orrizzontale: tutti uguali con gli stessi diritti e doveri. Ci sono voluti duecento anni prima che quest’idea prendesse corpo in un sistema codificato, la Costituzione italiana, promulgata prima della Dichiarazione dei diritti dell’uomo dell’ONU. Per la prima volta il valore, la cogenza della Carta non è data dalla paternità, ossia per la promulgazione da parte del re, del papa, leggi di dio etc., ma dal contenuto: in sostanza l’uguaglianza delle persone nei diritti e nei doveri.
Ma da dove salta fuori il discorso della “prima volta”?
Costituzione della Repubblica Romana (1989):
Il regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta.
http://www.liberliber.it/biblioteca/r/repubblica_romana_1849/costituzione_della_repubblica_romana_1849/pdf/costit_p.pdf
Costituzione dell’URSS (1936):
Article 123. Equality of rights of citizens of the U.S.S.R., irrespective of their nationality or race, in all spheres of economic, state, cultural, social and political life, is an indefeasible law.
http://www.departments.bucknell.edu/russian/const/36cons04.html
Gino Cerutti – Francesco P.
Il dawinismo sociale è esattamente la negazione dell’Illuminismo, è l’astrazione di un concetto dalla sua attuazione, e opera tuttora nella nostra società quando vengono negati principi basilari in base al luogo di nascita. Non difendo a spada tratta l’Illuminismo ( non dimentichiamoci il bagno di sangue della Rivoluzione francese), ma colgo con esso l’affacciarsi nella realtà umana di un allargamento di prospettiva, la possibilità di una società differente.
Non so cosa intendesse Emilio; per quanto riguarda l’analisi geopolitica ho già risposto in precedenza: è necessaria e condivisibile nel merito, ma non prescinde dalle responsabilità individuali, in altri termini non astraggo la responsabilità personale dal contesto in cui si sono svolti i fatti. È lo stesso principio per cui vennero condannate a Norimberga le figure naziste di secondo piano: essi si difesero assumendo proprio la responsabilità nei confronti dei superiori, “non potevamo non obbedire agli ordini”, cercarono di relativizzare la loro posizione attraverso il contesto (con questo, sia chiaro, non voglio dare del nazista a nessuno, analizzo solo la logica sottostante). Certo, il processo di Norimberga venne celebrato dai vincitori e rimase estremamente deficitario nei confronti delle responsabilità alleate, come ad esempio i bombardamenti sulle città tedesche o la stessa bomba atomica, ciò non toglie che il principio di responsabilità personale venne assunto come bussola del diritto, anche se i vincitori non lo applicarono a loro stessi. La fonte del diritto, in quel caso, fu la forza, l’esito del conflitto.
Lei sig. Francesco usa il termine “filosofeggiare”, in un’accezione un pò spregiativa (o così mi è parso), io invece trovo questo scambio di interventi, una cosa estermamente preziosa visto che è assai raro potersi confrontare partendo da temi particolari su linee guida dell’agire umano o sugli approcci differenti verso il passato. Li vedo come momenti di crescita al di là della passione. Per affrontare i concetti si usano gli attrezzi del mestiere, ossia la logica e la necessità di prova riguardo ciò che si afferma, strumenti appartenti in primo luogo alla filosofia, ma non solo. Semplicemente si discute, la filosofia è anche questo, e non serve essere laureati in filosofia per poterlo fare.
Ho scritto dio con la minuscola per non confonderlo con “Dio” nome proprio della divinità occidentale. Ho inteso in questo caso generalizzare, tramite l’uso della minuscola, “qualsiasi dio”; per tanto mi scuso se ho ferito la sensibilità di qualcuno.
Ma alla fine ci si può mettere d’accordo su un epitaffio da mettere sotto il nome di Bettino Craxi, oppure è un’impresa troppo ardua per il momento. Come spunto ricordo che per definire Giuseppe Garibaldi (che da giovane era un delinquente comune) si concorda quasi all’unanimità con “l’eroe dei due mondi”.
Minchia che eroe!
La ringrazio sig. Francesco, per le preziose integrazioni: non avevo considerato la Costituzione della Repubblica romana per il breve periodo della durata di quest’ultima, ma essa è stata esplicitamente fonte di ispirazione per quella vigente.
Non sarei così sicuro per quanto riguarda l’articolo 123 della Costituzione sovietica, in quanto esso garantisce sì l’uguaglianza dei cittadini dell’URRS ma all’interno di un sistema socio-economico predefinito e immodificabile, ossia non salvaguardia il principio pluralista presente invece in quella italiana (artt. 2, 5, 6, 8, 18, 21, 33, 39, 49). Comunque non si finisce mai di imparare.
Risposta di Sergio Romano che sintetizza tutti gli aspetti principali della questione:
http://www.corriere.it/romano/10-01-08/01.spm
L’URSS è un esempio in cui principi considerati “moderni” e “giusti” hanno fatto molti danni (o forse non sono i principi, ma loro applicazione… se ne può discutere; per conto mio, ripeto, al centro andrebbe messa la “dignità della persona”). Per i suoi sostenitori l’URSS non solo realizzava l’uguaglianza giuridica, ma anche quella sociale (le cose in realtà erano un tantino diverse, visto che Stalin era peggio di un sovrano dell’ancien regime…).
Volendo cercare riferimenti in documenti ufficiali all’uguaglianza si può anche andare più indietro nel tempo:
Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino
Parigi, 26 agosto 1789
Articolo 1
Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.
Articolo 6
La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve quindi essere uguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca. Tutti i cittadini essendo uguali ai suoi occhi sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo la loro capacità, e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti.
I magistrati non sbagliano mai e i pm ricercano la verità
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201001articoli/51043girata.asp
Non basta l’enuncianzione di un principio, bisogna anche inserirlo in sistema di “pesi e contrappesi” e separazione dei poteri in cui la nostra Costituzione e’ organizzata meglio rispetto alle altre, in questo consiste il suo primato. Nella Costituzione romana l’art. 50 prevede la nomina dei giudici da parte dell’esecutivo, mentre la Costituzione sovietica e’ estremamente condizionata dalla prospettiva marxista-leninista.
Sig. Stefano, non ho mai sostenuto che i Pm ricerchino sempre la verita’, ho scritto che e’ il loro compito;lo stesso per i giudici, sbagliano eccome. In questi casi all’interno dell’ordinamento sono previsti dei sistemi di correzione e bilanciamento, come nel caso citato ad esempio, l’esibizione pubblica delle prove raccolte. Ma mi sto ripetendo di nuovo.
Non basta dire solo che i giudici sbagliano come tutti gli umani. Forse, Paolo è il caso di affermare con chiarezza e senza mezzi termini che la magistratura è un variegato centro di potere e come tale potrebbe anche non essere imparziale ma muoversi con logiche diverse dal perseguimento della corretta amministrazione della giustizia. E ciò anche in maniera sistematica. Di esempi ce ne sono a bizzeffe e non si tratta certo solo di casi isolati, basti pensare solo al famoso “porto delle nebbie” di Roma.