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La storia repubblicana

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di Paolo Fabris

Oggi il sindaco di Milano, Letizia Moratti,  ha lanciato l’idea di intitolare  una via o un parco pubblico per il decennale della morte in latitanza a Bettino Craxi.

A Bettino Craxi.

Io ho un suggerimento: perché non intitolare la stessa via o parco per il  quarantennale della morte a Pino Pinelli, un sicuro innocente? Così, per risarcimento…

57 commenti per La storia repubblicana

  • Marcello

    esattamente Emilio, nel caso specifico è saltata una Giunta su una montatura. Non solo è stato distrutto un uomo, ma si è sovvertito il risultato democratico delle elezioni regionali.

  • Paolo F.

    L’affermazione di Emilio si può riformulare in questo modo: all’interno della Magistratura operano poteri che hanno interessi differenti da quello di perseguire la giustizia, adoperano il potere giudiziario per proteggere i propri interessi. Come dimenticare il giudice Carnevale, “l’ammazzasentenze”, che sistematicamente demoliva in Cassazione i processi per mafia e solo grazie alla turnazione del collegio giudicante e, dunque, con la sua esclusione, si poté avere la condanna definitiva del maxi-processo palermitano. Oppure in tempi più recenti l’affaire Catanzaro. Molti testi hanno affrontato l’argomento, ricordo tra i più recenti “Colletti sporchi” e “Fratelli d’Italia” editi da Rizzoli. Anche però usando il condizionale è improprio generalizzare affermando che la Magistatura, per intero, “potrebbe anche non essere imparziale ma muoversi con logiche diverse dal perseguimento della corretta amministrazione della giustizia”. Sicuramente al suo interno vi sono elementi che o addirittura Procure che…

    Consideriamo il caso Del Turco: la Procura, seguendo la notizia citata, avrebbe preferito un filone d’indagine rispetto ad altri comunicati dalle forze dell’ordine, in particolare le indagini non considerate riportavano come il testimone d’accusa avrebbe avuto motivi per inguaiare l’amministrazione poiché erano stati tagliati i fondi a suo favore. Per ora non abbiamo le motivazioni di quest’operato però, se fosse vero, anche in presenza della buona fede, sarebbe stato commesso un grave errore; in presenza di dolo, si configurerebbe un atto di sovversione, con tutti i problemi connessi.

    Del Turco, ora, ha la possibiltà di dimostrare la sua innocenza e vedersi risarcito il danno. I magistrati, se considerati responsabili, devono partecipare con un terzo del loro stipendio all’ammontare del risarcimento e si vedono la carriera stoppata, e giustamente; nel caso del dolo ne dovrebbero rispondere penalmente. Ma il problema è un altro: chi restituisce a Del turco l’onorabilità e il prestigio sociale? Si potrebbe affermare che è il rischio che ogni lavoro comporta, il carpentiere o il muratore rischiano la vita ogni giorno nei cantieri e l’uomo pubblico rischia ogni giorno la reputazione essendo sotto i riflettori. Oppure che Del Turco ne esce rafforzato, solo contro i poteri forti, ad esempio i sei processi subiti e vinti da Di Pietro a Brescia ne rafforzarono la reputazione per la sua candidatura, oltre che il passato di PM.

    Preferisco introdurre un elemento che non è stato considerato finora; questo caso, infatti, accende i riflettori sul convitato di pietra di questo lungo scambio: la società civile. O meglio il sopore della società civile.

    In Italia alla Magistratura si addossano responsabilità che non le competono: la scelta della classe politica, la pulizia nei traffici illeciti, nei meccanismi tangentari etc., salvo poi dire “ma se lo sapevan tutti?”, e la società civile dov’era? Perché il cittadino non ha preteso la trasparenza dall’amministratore, perché l’imprenditore non ha denunciato la richiesta di tangenti o il sistema di accordo tra aziende, perchè la stampa non ha fatto inchieste? Dov’è la responsabilità della società? In una comunità sana, ossia attenta al bene comune e alla sua gestione e non al proprio interesse particolare, Del Turco se innocente non avrebbe problemi ad affrontare il processo, anzi ne guadagnerebbe come persona: si dimette, affronta il processo e quindi si rapporta alla Legge riconoscendo implicitamente il patto sociale; si comporterebbe correttamente, tanto di cappello. Ed invece se va bene ne esce come un fesso, ma questo perché non c’è una società civile con dei riferimenti civili. In una comunità sana non si sarebbe arrivati a questa situazione perché si sarebbero innescati in precedenza gli anticorpi di controllo: la responsabilità di ognuno nei confronti del bene comune. Ed invece si preferisce sempre delegare a qualcun altro così intanto posso coltivare il mio orticello, deve arrivare la Magistratura a sanare tutto, o in alcuni casi a prestarsi a giochetti che possono avvenire proprio con la corresponsabiltà degli occhi chiusi della comunità.

    Un mio amico, fidanzato con una ragazza svedese mi ha raccontato che in quel paese le persone ricevono un calendario dove devono segnare i giorni di malattia per essere pagati; lui si era stupito della fiducia riposta, mentre la sua ragazza si era stupita del suo stupore.

  • Paolo F.

    Non ho il televisore, raccontatelo se vi pare il caso.

    Update su Del Turco:

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/01/09/del-turco-polemica-sull-inchiesta.html

    http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2415735&yy=2010&mm=01&dd=10&title=la_riabilitazione_prematura_di

    Il Corriere non riporta le dichiarazioni della Procura

    ne’ gli altri giornali. Altrimenti li avrei inseriti.

  • Stefano

    traspare la cultura giustizialista nell’articolo citato dalla Gazzetta della Procura per cui è l’imputato che deve riconoscere la sua innocenza e non il contrario. Ma il massimo e’ stato il recente commento di Trifuoggi, che ha detto che Del Turco sta cercando di difendersi da processo e non nel processo! Tutta la fase preliminare non serve a nulla, e’ un’inurile garanzia, tutti devono subire il processo, anche senza prove.

  • francesca

    Dopo avere letto tutti i commenti all’articolo iniziale citerei Soul Bellow (tradotta con parole mie) “una grande quantità di intelligenza può essere investita nell’ignoranza quando il bisogno di illusione è profondo.”
    Penso che questo sia il fulcro problematico dell’attuale decadimento italiano. Lo si nota molto nei commenti agli eventi politici.
    Sarebbe importante non basarsi su eventi singoli per trarre conclusioni general su quali siano le riforme e/o le le vere emergenze in Italia. Bisognerebbe sapere guardare le cose da fuori ed un grande aiuto in questo senso ce lo possono dare i dibattiti che si svolgono all’estero sulla politica italiana.
    Dibattiti che riescono a prescindere da “misere” visioni di parte.
    È triste che si sia ancora sui a parlare di giustizialismo quando in verità un minimo di senso di responsabilità personale toglierebbe molto lavoro ai pm.
    Le vere assenti oggi in italia è trasparenza, onestà e responsabilità. A tutti i livelli.
    Il vero problema purtroppo è la grande diffusione del malaffare e la pervasività della mala-politica. Tutto il resto scomparirebbe se ci si concentrasse su questo.
    E da questo punto di vista dovremmo essere tutti d’accordo che non possono esserci zone grige.

  • http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Comunicato&key=9612

    C o m u n i c a t o

    Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato alla signora Anna Craxi la seguente lettera:

    “Cara Signora,

    ricorre domani il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi, e io desidero innanzitutto esprimere a lei, ai suoi figli, ai suoi famigliari, la mia vicinanza personale in un momento che è per voi di particolare tristezza, nel ricordo di vicende conclusesi tragicamente.

    Non dimentico il rapporto che fin dagli anni ‘70 ebbi con lui per il ruolo che allora svolgevo nella vita politica e parlamentare. Si trattò di un rapporto franco e leale, nel dissenso e nel consenso che segnavano le nostre discussioni e le nostre relazioni anche sul piano istituzionale. E non dimentico quel che Bettino Craxi, giunto alla guida del Partito Socialista Italiano, rappresentò come protagonista del confronto nella sinistra italiana ed europea.

    Ma non è su ciò che oggi posso e intendo tornare.

    Per la funzione che esercito al vertice dello Stato, mi pongo, cara Signora, dal solo punto di vista dell’interesse delle istituzioni repubblicane, che suggerisce di cogliere anche l’occasione di una ricorrenza carica – oltre che di dolorose memorie personali – di diversi e controversi significati storici, per favorire una più serena e condivisa considerazione del difficile cammino della democrazia italiana nel primo cinquantennio repubblicano.

    E’ stato parte di quel cammino l’esplodere della crisi del sistema dei partiti che aveva retto fino ai primi anni ‘90 lo svolgimento della dialettica politica e di governo nel quadro della Costituzione. E ne è stato parte il susseguirsi, in un drammatico biennio, di indagini giudiziarie e di processi, che condussero, tra l’altro, all’incriminazione e ad una duplice condanna definitiva in sede penale dell’on. Bettino Craxi, già Presidente del Consiglio dal 1983 al 1987. Fino all’epilogo, il cui ricordo è ancora motivo di turbamento, della malattia e della morte in solitudine, lontano dall’Italia, dell’ex Presidente del Consiglio, dopo che egli decise di lasciare il paese mentre erano ancora in pieno svolgimento i procedimenti giudiziari nei suoi confronti. Si è trattato – credo di dover dire – di aspetti tragici della storia politica e istituzionale della nostra Repubblica, che impongono ricostruzioni non sommarie e unilaterali di almeno un quindicennio di vita pubblica italiana.

    Non può dunque venir sacrificata al solo discorso sulle responsabilità dell’on. Craxi sanzionate per via giudiziaria la considerazione complessiva della sua figura di leader politico, e di uomo di governo impegnato nella guida dell’Esecutivo e nella rappresentanza dell’Italia sul terreno delle relazioni internazionali. Il nostro Stato democratico non può consentirsi distorsioni e rimozioni del genere.

    Considero perciò positivo il fatto che da diversi anni attraverso importanti dibattiti, convegni di studio e pubblicazioni, si siano affrontate, tracciando il bilancio dell’opera di Craxi, non solo le tematiche di carattere più strettamente politico, relative alle strategie della sinistra, alle dinamiche dei rapporti tra i partiti maggiori e alle prospettive di governo, ma anche le tematiche relative agli indirizzi dell’attività di Craxi Presidente del Consiglio. Di tale attività mi limito a considerare solo un aspetto, per mettere in evidenza come sia da acquisire al patrimonio della collocazione e funzione internazionale dell’Italia la conduzione della politica estera ed europea del governo Craxi: perché ne venne un apporto incontestabile ai fini di una visione e di un’azione che possano risultare largamente condivise nel Parlamento e nel paese proiettandosi nel mondo d’oggi, pur tanto mutato rispetto a quello di alcuni decenni fa.

    Le scelte di governo compiute negli anni 1983-87 videro un rinnovato, deciso ancoraggio dell’Italia al campo occidentale e atlantico, anche di fronte alle sfide del blocco sovietico sul terreno della corsa agli armamenti ; e videro nello stesso tempo un atteggiamento “più assertivo” del ruolo dell’Italia nel rapporto di alleanza – mai messo peraltro in discussione – con gli Stati Uniti. In tale quadro si ebbe in particolare un autonomo dispiegamento della politica estera italiana nel Mediterraneo, con un coerente, equilibrato impegno per la pace in Medio Oriente. Il governo Craxi e il personale intervento del Presidente del Consiglio si caratterizzarono inoltre per scelte coraggiose volte a sollecitare e portare avanti il processo d’integrazione europea, come apparve evidente nel semestre di presidenza italiana (1985) del Consiglio Europeo.

    Né si può dimenticare l’intesa, condivisa da un arco assai ampio di forze politiche, sul nuovo Concordato: la cui importanza è stata pienamente confermata dalla successiva evoluzione dei rapporti tra Stato e Chiesa.

    Numerosi risultano in sostanza gli elementi di condivisione e di continuità che da allora sono rimasti all’attivo di politiche essenziali per il profilo e il ruolo dell’Italia.

    In un bilancio non acritico ma sereno di quei quattro anni di guida del governo, deve naturalmente trovar posto il discorso sulle riforme istituzionali che aveva rappresentato, già prima dell’assunzione della Presidenza del Consiglio, l’elemento forse più innovativo della riflessione e della strategia politica dell’on. Craxi. Nel quadriennio della sua esperienza governativa, quel discorso tuttavia non si tradusse in risultati effettivi di avvio di una revisione della Costituzione repubblicana. La consapevolezza della necessità di una revisione apparve condivisa attraverso i lavori di una impegnativa Commissione bicamerale di studio (presieduta dall’on. Bozzi) : ma alle conclusioni, peraltro discordi, di quella Commissione nel gennaio 1985 non seguì alcuna iniziativa concreta, di sufficiente respiro, in sede parlamentare. Si preparò piuttosto il terreno per provvedimenti che avrebbero visto la luce più tardi, come la legge ordinatrice della Presidenza del Consiglio e, su un diverso piano, significative misure di riforma dei regolamenti parlamentari.

    Tra i problemi che nell’Italia repubblicana si sono trascinati irrisolti, c’è certamente quello del finanziamento della politica. Si era tentato di darvi soluzione con una legge approvata nel 1974, a più di venticinque anni dall’entrata in vigore della Costituzione. Ma quella legge mostrò ben presto i suoi limiti, in particolare per la debolezza dei controlli che essa aveva introdotto. Attorno al sistema dei partiti, che aveva svolto un ruolo fondamentale nella costruzione di un nuovo tessuto democratico nell’Italia liberatasi dal fascismo, avevano finito per diffondersi “degenerazioni, corruttele, abusi, illegalità”, che con quelle parole, senza infingimenti, trovarono la loro più esplicita descrizione nel discorso pronunciato il 3 luglio 1992 proprio dall’on. Craxi alla Camera, nel corso del dibattito sulla fiducia al governo Amato.

    Ma era ormai in pieno sviluppo la vasta indagine già da mesi avviata dalla Procura di Milano e da altre. E dall’insieme dei partiti e dei loro leader non era venuto tempestivamente un comune pieno riconoscimento delle storture da correggere, né una conseguente svolta rinnovatrice sul piano delle norme, delle regole e del costume. In quel vuoto politico trovò, sempre di più, spazio, sostegno mediatico e consenso l’azione giudiziaria, con un conseguente brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia.

    L’on. Craxi, dimessosi da segretario del PSI, fu investito da molteplici contestazioni di reato. Senza mettere in questione l’esito dei procedimenti che lo riguardarono, è un fatto che il peso della responsabilità per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali e politici dal leader socialista era caduto con durezza senza eguali sulla sua persona.

    Né si può peraltro dimenticare che la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo – nell’esaminare il ricorso contro una delle sentenze definitive di condanna dell’on. Craxi – ritenne, con decisione del 2002, che, pur nel rispetto delle norme italiane allora vigenti, fosse stato violato il “diritto ad un processo equo” per uno degli aspetti indicati dalla Convenzione europea.

    Alle regole del giusto processo, l’Italia si adeguò, sul piano costituzionale, con la riforma dell’art. 11 nel 1999. E quei principi rappresentano oggi un riferimento vincolante per la legislazione nazionale e per l’amministrazione della giustizia in Italia.

    Si deve invece parlare di una persistente carenza di risposte sul tema del finanziamento della politica e della lotta contro la corruzione nella vita pubblica. Quel tema non poteva risolversi solo per effetto del cambiamento (determinatosi nel 1993-94) delle leggi elettorali e del sistema politico, e oggi, in un contesto politico-istituzionale caratterizzato dalla logica della democrazia dell’alternanza, si è ancora in attesa di riforme che soddisfino le esigenze a cui ci richiama la riflessione sulle vicende sfociate in un tragico esito per l’on. Bettino Craxi.

    E’ questo, cara Signora, il contributo che ho ritenuto di dover dare al ricordo della figura e dell’opera di suo marito, per l’impronta non cancellabile che ha lasciato, in un complesso intreccio di luci e ombre, nella vita del nostro Stato democratico.

    Con i più sinceri e cordiali saluti”.

    Roma, 18 gennaio 2010

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