di Paolo Fabris
È possibile parlare di nazismo in rapporto alla contemporaneità? È possibile tracciare dei parallelismi tra i fatti strettamente attuali e l’esperienza che più ha segnato il ‘900?
Questo è stato uno degli argomenti trattati dalla scrittrice romena, ma di lingua tedesca, Herta Müller (Müller Il paese delle prugne verdi Keller Editore) nell’incontro svoltosi sabato scorso al Festival della letteratura di Mantova.
La scrittrice ha sostenuto che le parole che descrivono il nazismo devono essere rinchiuse in una sorta di isolamento semantico. Ad esempio, la parola lager non può avere altro significato che quello del campo di concentramento nazista, non può designare nessun altra esperienza, e questo per due motivi: da un lato nessuna situazione, per quanto tragica, si avvicina alla disumanizzazione operata nei lager, dall’altro nominare con quel preciso significato qualcosa che non è il lager inizia a scalfire la memoria di ciò che è stato; e per spiegare quest’ultimo concetto la Müller descriveva la sensazione di disagio che l’espressione di uso comune “dare gas”, che indica comunemente“accelerare”, le creava.
Concordo solo in parte con questa posizione.
La Müller ha ragione nell’isolare la parola lager la cui connotazione è storicizzata, ma non per il nazismo, inteso come movimento politico che ha attuato il suo programma attraverso un percorso, e quindi attraverso un processo sviluppato in tappe.
Il nazismo nasce in una birreria di Monaco e termina con i lager, ma in mezzo ci sono pensieri, azioni, leggi, caratterizzate dalla categoria di sub-umanità.
L’idea che esistano esseri che per non essere nati in un certo luogo, che hanno il colore della pelle differente, che presentano delle differenze fisiche o mentali, che hanno un orientamento sessuale diverso, che sono nomadi invece che stanziali, che tutti questi non possano godere degli stessi diritti che a tutti gli altri sono garantiti, è un’idea che prevede che non tutti siamo umani.
Trovo corretto, invece, poter tracciare parallelismi tra il nazismo e la contemporaneità quando riaffiora questa categoria: ad esempio nel momento che delle squadracce picchiano delle persone omosessuali o fanno irruzione in un ristorante gestito da stranieri per devastare i locale e picchiare i camerieri; queste due azioni presuppongono un’idea di sub-umanità e perciò le definisco naziste.
Oppure si pensi alla nuova legge sull’immigrazione che, in spregio all’art. 10 della Costituzione che afferma: Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge, non tutela, in quanto uomini, le persone bisognose, anzi arresta e processa pescatori del Canale di Sicilia che prestano soccorso ai barconi. Tale situazione la definisco nazista, perché, solo se si considera un uomo attraverso la categoria di sub-umanità, lo si può lasciare morire alla deriva.
Non solo comportamenti di gruppi, dunque, ma anche politiche sociali.
Il problema, a mio avviso, è che se non si fanno confronti con ciò che è stato il percorso che ha portato ai lager si rischia di trovarceli nuovamente nella Fortezza Europa, e a quel punto la memoria a che servirebbe?

































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