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005 Democrazia Diretta 1 – Perdita di fiducia

direct-democracy-verhulst1di Paolo Michelotto

traduzione di Emilio Piccoli

Perdita di fiducia

La popolazione nella maggior parte dei paesi europei si rende conto che il processo decisionale viene esercitato con poca democrazia e ha in gran parte perso la sua fiducia nella natura democratica delle istituzioni.

In Germania, una ricerca della TNS Emnid, commissionata dalla rivista Reader’s Digest, ha dimostrato che la fiducia dei cittadini nei partiti politici è calata dal 41% al 17% nei dieci anni dal 1995 al 2005. La fiducia nel parlamento è diminuita nello stesso periodo dal 58% al 34%, e la fiducia nel governo dal 53% al 26%. “Sotto la superficie, si sta preparando una grande tempesta”, ha commentato lo scienziato politico Karl-Rudolf Korte. “Questo è molto di più che la solita mancanza di interesse nella politica e nei partiti politici. La gente ora disprezza i suoi rappresentanti ufficiali”. (Reader’s Digest Online, 10 agosto 2005). Secondo un sondaggio Gallup, il 76% dei tedeschi considera i loro politici disonesti. (Die Zeit, il 4 agosto 2005). Un sondaggio della SOFRES nel 2003 ha mostrato che il 90% dei francesi credono di non esercitare alcuna influenza sul processo decisionale della politica nazionale; il 76% crede questo anche riguardo alla politica locale. (Lire la politique, 12 marzo 2003)

Il sociologo belga Elchardus rilevò le opinioni dei Belgi sulla democrazia nel 1999. Egli riassunse: “Una grande maggioranza degli elettori ha l’impressione che la loro opinione e la loro voce non penetra nella politica attraverso i politici. (…) Il 58% degli interpellati ha avuto l’impressione che i politici, una volta eletti, ‘credono di essere troppo bravi per gente come me’. Tutto questo porta più di un quarto degli elettori a esprimere la loro sfiducia assoluta: ‘in realtà non c’è un solo politico a cui darei la fiducia’. Solo tra 15% e il 23% delle persone interrogate accorda dichiarazioni positive sulla politica e la sua rappresentanza. Non appare esagerato affermare che tra la metà e i tre quarti degli elettori si sente impotente.”(Elchardus, 1999, p. 36)
Sondaggi tenuti nel 2004 da Maurice de Hond nei Paesi Bassi dimostrano che la maggioranza degli olandesi hanno poca fede nel contenuto democratico del loro Stato. Il 70% è in disaccordo con la dichiarazione: “I politici attualmente ascoltano meglio rispetto a cinque anni fa”. Il 51% è in disaccordo con la dichiarazione: “Nei Paesi Bassi, l’elettore ha un ruolo importante nel funzionamento del governo nazionale”; invece il 47% concorda con essa. Il 55% è in disaccordo con l’affermazione: “I Paesi Bassi sono una vera democrazia”, mentre solo il 39% concorda con essa. Il popolo olandese crede che, in media, siano corrotti il 12% dei membri di parlamento e governo, e il 18% dei politici comunali e provinciali. In media il popolo olandese pensa che il 17% dei funzionari statali siano corrotti, rispetto al 18% dei funzionari comunali e provinciali. Inoltre, un quarto degli intervistati ha ammesso una esperienza personale legata alla corruzione tra i politici o, tramite conoscenti, che hanno conoscenza di casi specifici (www.peil.nl).

Nel 2002, Gallup ha organizzato un gigantesco sondaggio sul grado di fiducia degli intervistati in 17 ‘istituzioni’ sociali – dall’esercito e le organizzazioni sindacali al parlamento e le multinazionali. Ciò ha coinvolto 36.000 persone da consultare in 47 paesi. Di tutte le istituzioni, i parlamenti sembravano godere la minore fiducia: una media del 51% delle persone aveva poco o nessuna fiducia, mentre solo il 38% aveva da un moderato ad un elevato livello di fiducia. (De Witte Werf, Spring 2003, p. 11). Nel 2004, il cane da guardia della corruzione internazionale, Transparency International, ha organizzato un analogo sondaggio in 62 paesi, in cui non meno di 50.000 persone sono state interrogate riguardo a quali organismi sociali sono considerati più sani e quali più corrotti. I partiti politici furono considerati i pù corrotti; su 36 dei 62 paesi essi erano in cima a questo problematico elenco; con i parlamenti al secondo posto. (Rotterdams Dagblad, 10 dicembre 2004)

Non si deve pensare, tuttavia, che questo strisciante processo di perdita di fiducia possa semplicemente continuare per sempre. Un governo che ha perso la fiducia della maggioranza dei cittadini ha già perso di fatto la sua legittimità.

Questa è la pubblicazione a puntate della traduzione in Italiano del libro Democrazia Diretta di Verhulst Nijeboer. Puoi aiutare il Emilio, scaricandoti il primo capitolo con versione inglese a fronte e traduzione in italiano di direct-democracy-verhulst-1, effettuando le eventuali correzioni con un colore diverso e inviandolo a piccoliemilio@gmail.com

1 commento per 005 Democrazia Diretta 1 – Perdita di fiducia

  • Con riferimento al fenomeno dell’astensionismo crescente(45%),si deve prendere atto che non è stato tuttora possibile realizzare un confronto
    di approfondimento sull’argomento.
    Che i partiti, le testate giornalistiche o televisive non abbiano aperto un serrato dibattito sull’argomento in questione, la dice lunga sulle ipocrisie dell’invocata “parteci
    pazione”.
    Questo è dovuto al fatto che tra le tante anomalie di comodo fabbricate dai ceti politici dominanti, c’è quella che, paradossalmente, anche con i soli voti
    dei familiari, del lecchini, dei tirapiedi e dei clientes, per legge si è legittimati a governare.
    Che una tale norma sia di carattere truffaldino lo dimostra anche la sua
    contriddittorietà con uno dei principi base della cosiddetta
    “democratia”
    parlamentare: la MAGGIORANZA.
    Questo principio fondante richiederebbe un intervento di riforma nel senso
    di quanto previsto per la validità dei referendum: 51%. Solo così la legittimazione
    a governare avrebbe un fondamento coerente. Ma il ceto politico sapendo che correrebbe un grave rischio, preferisce tenersi al sicuro, pur sapendo che
    “democrazia”e
    “partecipazione” rischiano di diventare un flatus vocis.
    Personalmente, dopo 30 a. di militanza nell’area del Socialismo libertario,
    ho privilegiato l’astensionismo a seguito delle brucianti delusioni di
    “tangentopoli”. Nè credo di uscire da tale posizione, se non in occasione di
    eventi e necessità impellenti, che mi costringano a tornare alle urne.
    In alternativa a questa ipotesi, rimango fermo nel convincimento di
    rivendicare il diritto ad una”partecipazione” certa,con l’ntroduzione di un
    parziale sorteggio nell’assegnazione dei seggi e nelle condizioni prospettate
    in un mio articolo che di seguito propongo ad una cortese lettura, nella speranza che se ci sarà qualche occasione di dibattito sul tema specifico,
    si potranno avere
    interventi di approfondimento propositivo e di allargamento
    dell’orizzonte.
    ” RIFORMA ELETTORALE E APORIE DEL SISTEMA
    Il recente confronto-scontro tra le varie componenti partitiche nazionali sulla riforma elettorale continua a mobilitare politici,politicanti e
    politologi anche di rango,e sta provocato la formulazione di diverse ipotesi e
    proposte finora tutte provvisorie.Quello che emerge in tutta evidenza è che
    ognuno aspira ad un riforma su misura a tutela della propria formazione di
    appartenenza,cosa alquanto difficile da realizzarsi.Ma anche i tentativi di
    compromesso sembrano incamminati lungo un percorso irto di ostacoli..Le preoccupazioni delle maggiori aggregazioni partitiche sembrano essere quelle di assicurare un drastico sbarramento ed il premio di maggioranza.Soluzioni
    queste ovviamente osteggiate dai partiti minori che rischiano
    di essere
    ridimensionati o di scomparire,certo con grave danno per il pluralismo
    democratico. Ma,al di là degli interessi di parte,si avverte l’esigenza del
    recupero di fiducia partecipativa contro le scelte dell’astensionismo di massa e della cosiddetta antipolitica,nonché di assicurare al Paese la governabilità.
    Condizioni queste,in assenza delle quali verrebbe messo in forse lo stesso
    “regime democratico”,tanto da risultare illusorio anche il rimedio di
    attribuire surrettiziamente il 55% di potere ad una qualsiasi forza minoritaria nel Paese,ma con un voto in più rispetto agli altri contendenti.
    In mezzo a questo ginepraio di contrasti e di proposte,può non risultare azzardata l’ipotesi profana dello scrivente,che,al di là e al di fuori degli schemi e dei formulari degli esperti,nutre la presunzione di cogliere un riscontro delle speranze e delle aspettative di larghi strati della
    popolazione,
    in una soluzione includente:
    1°-liste aperte fino ad un numero compatibilmente elevato di candidature,
    offrendo ai cittadini una più ampia e diretta partecipazione da protagonisti
    nelle consultazioni elettorali;
    2°-rigorose norme statutarie e/o legislative circa i requisiti necessari e
    qualificanti per l’esercizio dell’elettorato passivo,ivi compresa una maggiore
    conoscenza dei meccanismi riguardanti le rappresentanze elettive e i rapporti e gli equilibri dei poteri istituzionali,
    attraverso approfondimenti culturali di
    educazione civica,secondo la stessa raccomandazione del Capo dello Stato;
    3°-eliminazione del voto di preferenza al singolo, per porre fine al circolo
    vizioso e deleterio del clientelismo e della logica del “do ut des”,riducendo
    così anche le spese elettorali di milioni di manifesti e“santini” individuali,
    e ponendo fine agli accordi sottobanco del “voto di scambio”, con ambienti spesso malavitosi e deviati;
    4°-introduzione di un parziale sorteggio (30%?) nell’assegnazione dei seggi all’interno di ciascuna lista fra i candidati che hanno espresso liberamente la propria adesione secondando i propri orientamenti e vocazioni .Ciò
    comporterebbe il coinvolgimento della “società civile”e in parte una saldatura tra “paese legale e paese reale”,col vantaggio di rompere le incrostazioni e il
    consolidamento delle cordate di sostegno reciproco tra i soliti noti;
    5°-salvaguardia delle “candidature di bandiera” e di partito col sistema delle
    liste bloccate,la cui responsabilità politica non mancherebbe di avere il referente nel partito stesso;
    6°-programma elettorale che preveda l’impegno:a) di ridurre le spese e il
    numero delle rappresentanze elettive a tutti i livelli,centrali e periferici,procedendo al contenimento degli appannaggi,delle indennità e delle prebende, nonchè alla graduale e determinata eliminazione dei privilegi delle baronie e delle “caste”
    inconciliabili per antonomasia con i principi di una democrazia
    matura;b)di portare avanti una politica occupazionale che valorizzi tutte le
    forze in campo,anche intellettuali,senza cedimenti agli egoismi di parte quando
    pretendono di sacrificare e mortificare la dignità dell’uomo e della persona in nome dei feticci della competitività e del profitto; c)di assicurare la massima
    trasparenza nel reclutamento del personale nelle pubbliche amministrazioni e
    consimili,attraverso concorsi che utilizzino strumenti di giudizio anonimi(quiz,griglie di domande,questionari, altro),comunque con procedure che garantiscano trasparenza e uguali opportunità anche
    a quanti sono senza “padrini”.
    Quanto alla pratica del
    sorteggio,non deve sorprendere più di tanto la sua
    introduzione anche nelle cariche elettive,dal momento che essa è già presente in diverse
    circostanze codificate e regolamentate,
    ancorché già introdotta,nell’antica
    Grecia,dai “padri fondatori delle moderne democrazie”, per la nomina delle
    varie “magistrature” e con verifica patrimoniale a fine mandato,proprio
    per rilanciare la partecipazione e rivitalizzare gli istituti democratici che rischiavano il collasso. Fu così che la governabilità divenne stabile, la
    partecipazione effettiva, e la cultura, le arti e le scienze raggiunsero livelli così alti che ancora oggi tutto il mondo civile ne è debitore.
    Ovviamente trattasi di proposte che nella loro formulazione sintetica e approssimativa,
    rappresentano un invito a
    riflettere,aperto ad ogni contributo migliorativo e
    di sistemazione organica,comunque salvaguardando l’ineludibile tendenza di trasformazione e di riscatto della Cittadinanza da una condizione di sudditanza escludente a quella di sovranità militante,sì come vuole la Carta
    Costituzionale”.

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